Metà vacanza è ormai scavallata e domani ci trasferiamo a Varsavia.
Non ci siamo fatti mancare (quasi) niente in questi giorni e ieri abbiamo coronato la nostra settimana con la visita alle miniere di sale di Wielicza.
Davvero interessanti, soprattutto se si pensa che rappresentano un compendio di centinaia e centinaia di anni di lavoro dell'uomo. E soprattutto se non le si paragona alle Grotte di Postumia, che, essendo per l'appunto grotte, con le miniere per l'estrazione del sale hanno poco a che vedere. Ma tant'è: i commentatori di TripAdvisor ogni tanto hanno visioni bizzarre.
A noi comunque sono piaciute e i ragazzi si sono divertiti da matti. Credo che sia più che sufficiente.
Io e Laura abbiamo salutato le cameriere del caffè in piazza, ormai espertissime del mio caffè macchiato freddo e pazientissime insegnanti di pronuncia. Tanto pazienti da arrischiarsi a insegnarci uno scioglilingua che naturalmente ho già dimenticato.
E poi i souvenir. Potevo non arricchire la mia collezione di Matrioske iniziata da bambina quando la Russia era ancora URSS?
Mais non, naturellement! E questa volta ho pure esagerato. Una tradizionale, una tondeggiante, e una Polski Babuska. Crepi l'avarizia!
Essendo venerdì, mi son tenuta da parte un blog che - non a caso - parla di Italia e Polonia.
Interessante soprattutto per chi dovesse pensare di trasferirsi da queste parti.
Il blog si chiama QuiPoloniaeItalia e tra i post consiglio senza dubbio questo del 2011. Un po' datato ma attualissimo: la cosa più raccapricciante cui abbiamo assistito è stata una esibizione di un duo italo-polacco, italiano lui, polacca lei, iniziata con Nostalgia Canaglia e proseguita con La città e Puricinella, rigorosamente cantate nei due idiomi. Ci siamo allontanati prima di scoprire se il Trottolino Amoroso avrebbe fatto parte del programma, inseguiti, tuttavia, dalle note di Felicità. E ho detto tutto.
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sabato 16 agosto 2014
giovedì 14 agosto 2014
Cripstak non abita più qui [..e nemmeno Petrectek]
Decidere di trascorrere le vacanze in Polonia, lo so, può sembrare strano. Soprattutto se queste sono le uniche settimane nell'anno in cui si può staccare un po' dai ritmi del quotidiano.
E probabilmente ancor più strana può sembrare l'idea di fermarsi una settimana intera a Cracovia.
Però, cercando informazioni mesi fa, ci siamo resi conto che c'è tanto da fare e vedere non solo in città, ma anche nei dintorni, cosicché abbiamo optato per un prolungamento del soggiorno.
Che dire? Cracovia è un piccolo gioiello, soprattutto in tutta la zona vecchia e centrale. Una festa, non solo per quella piazza e quella cattedrale che da sole valgono il viaggio, ma per le persone, il via vai, i rumori, i profumi, la musica.
Brulica Cracovia e davvero sembra non dormire mai.
Si gira a piedi, basta aver voglia di camminare un po', e si passa dal parco alla Vistola, dal fiume al Castello, dalla rocca al quartiere ebraico, così, quasi senza accorgersene.
E' una città tutto sommato facile: facile girare, facile mangiare, facile visitare. Il difficile è la lingua, va da sé, troppo piena di consonanti, propinate a mazzi come se non ci fosse un domani. Ma l'inglese qui è conosciuto. Altrimenti ci si intende a gesti, come nella notte dei tempi.
Lo street food qui è fatto di stinchi e spiedini, ma anche degli immancabili Pierogi, ravioli nel cui ripieno può esserci qualunque cosa: carne e spezie, spinaci, formaggio e patate, funghi, ma anche lamponi, cioccolato, fragole, pesche.
Il Castello, oltre alla più classica delle caverne dei draghi, conserva anche la Dama con l'Ermellino di Leonardo.
Un po' di coda per i biglietti, ma poi la visita è quasi privata. Quando siamo arrivati noi, di fatto eravamo gli unici visitatori nella stanza, senza alcun affanno sul tempo a disposizione.
E poi c'è la storia. Come si fa a venire qui e non andare a visitare la fabbrica di Oskar Schinder e i campi di Auschwitz e Birkenau?
Ci siamo andati anche noi e mi spiace essere scontata, ma non riesco a definire altro che "dolorosa ma doverosa" questa esperienza. Doverosa perché ritengo importante l'omaggio alle vittime di quell'orrore. Sul dolorosa credo non servano spiegazioni.
Ci sarebbe qualcosa da eccepire su alcuni connazionali che - nonostante il reiterato invito da parte delle guide a un comportamento rispettoso - passeggiavano tra le baracche trangugiando i loro tramezzini e lamentandosi del fatto che il giro, oltre che lungo, comprendesse anche una tappa alle latrine. Ma mi taccio per carità di patria. Ecco.
E probabilmente ancor più strana può sembrare l'idea di fermarsi una settimana intera a Cracovia.
Però, cercando informazioni mesi fa, ci siamo resi conto che c'è tanto da fare e vedere non solo in città, ma anche nei dintorni, cosicché abbiamo optato per un prolungamento del soggiorno.
Che dire? Cracovia è un piccolo gioiello, soprattutto in tutta la zona vecchia e centrale. Una festa, non solo per quella piazza e quella cattedrale che da sole valgono il viaggio, ma per le persone, il via vai, i rumori, i profumi, la musica.
Brulica Cracovia e davvero sembra non dormire mai.
Si gira a piedi, basta aver voglia di camminare un po', e si passa dal parco alla Vistola, dal fiume al Castello, dalla rocca al quartiere ebraico, così, quasi senza accorgersene.
E' una città tutto sommato facile: facile girare, facile mangiare, facile visitare. Il difficile è la lingua, va da sé, troppo piena di consonanti, propinate a mazzi come se non ci fosse un domani. Ma l'inglese qui è conosciuto. Altrimenti ci si intende a gesti, come nella notte dei tempi.
Lo street food qui è fatto di stinchi e spiedini, ma anche degli immancabili Pierogi, ravioli nel cui ripieno può esserci qualunque cosa: carne e spezie, spinaci, formaggio e patate, funghi, ma anche lamponi, cioccolato, fragole, pesche.
Il Castello, oltre alla più classica delle caverne dei draghi, conserva anche la Dama con l'Ermellino di Leonardo.
Un po' di coda per i biglietti, ma poi la visita è quasi privata. Quando siamo arrivati noi, di fatto eravamo gli unici visitatori nella stanza, senza alcun affanno sul tempo a disposizione.
E poi c'è la storia. Come si fa a venire qui e non andare a visitare la fabbrica di Oskar Schinder e i campi di Auschwitz e Birkenau?
Ci siamo andati anche noi e mi spiace essere scontata, ma non riesco a definire altro che "dolorosa ma doverosa" questa esperienza. Doverosa perché ritengo importante l'omaggio alle vittime di quell'orrore. Sul dolorosa credo non servano spiegazioni.
Ci sarebbe qualcosa da eccepire su alcuni connazionali che - nonostante il reiterato invito da parte delle guide a un comportamento rispettoso - passeggiavano tra le baracche trangugiando i loro tramezzini e lamentandosi del fatto che il giro, oltre che lungo, comprendesse anche una tappa alle latrine. Ma mi taccio per carità di patria. Ecco.
[e comunque continuo a domandarmi come possa un popolo che ha vissuto quell'orrore non comprendere l'enormità di ciò che sta facendo a Gaza]
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