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domenica 3 agosto 2014

Questioni di stile (ovvero florilegio domenicale)



Quando anni fa (tanti anni fa) ho compreso l'inarrivabilità delle Heburn (Audrey e Katharine, in stretto ordine alfabetico), ho cercato di farmene una ragione.
E non è solo una questione di stazza, è soprattutto una questione di stile. Tralasciando la faccenda del petit noir, che a non saperlo indossare si rischia subito l'effetto vedova, vogliamo parlare della classe con cui Katharine indossava maschilissimi pantaloni, o degli affusolatissimi pescatori che fasciavano la minuscola Audrey?
Detto questo, posto che comunque il mio essere vanitosamente donna non mi fa trascurare la questione moda & affini,
io
odio
le 
fashion blogger
Le fashion blogger, tipo la Chiara Ferragni di The Blonde Salad (non le regalo un clic, quindi se vi va ve la cercate con Google), o l'americana Wendy Nguyen di Wendy's Lookbook (come sopra per il clic). Quelle che si alzano al mattino con in testa l'outfit della giornata fin dalla sera prima. Ma che dico l'outfit, gli outfit della giornata. Mattino-pomeriggio-e-sera. Quelle che hanno la clutch, che fanno il pairing e che scelgono il pattern. Mon Dieu.
Ma visto che siamo in un mondo libero, libere loro di esistere, libera io di non frequentarle.
Però, però, però, devo dire che mi divertono i blog anti. Quelli che le perculano. Quelli che riescono a fare della fantastica ironia al vetriolo su manie e retroscena, non sempre pulitissimi, di alcune blog-star.

Per capire cosa intendo, vi consiglio il suo ultimo post, in ordine di data, dedicato a Vogue e quello sullo Shatush. Meritano.

martedì 24 settembre 2013

[In]discutibile

L'abbigliamento dei supporter all'America's Cup raggiunge picchi davvero notevoli.



I supporter di New Zealand bastano come testimonianza?



lunedì 22 luglio 2013

Aperi...Che?

Faccio finta di non ricordarmi se il tema del lunedì sia l'abbigliamento o più in generale la moda. Così mi fermo sul ciò che va di moda, anche se ha poco a che vedere con abiti o scarpe. 


A Milano va di moda l'apericena.
Non escludo sia una moda già sul viale del tramonto, per altro. Non l'ho praticata abbastanza per sapere se sia ancora in voga o meno. Fatt'è che ogni tanto qualcuno mi ci invita, per cui pare che sia un'usanza non del tutto estinta.
Una volta, tra amici, ci si invitava a casa per un aperitivo, già sapendo che sarebbe arrivata quell'ora in cui si sarebbe messa sul fuoco la pentola per una pasta, così da proseguire allegramente la serata oltre l'ora canonica dello Spritz o dello Sbagliato (che in fondo siamo a Milano, non dimentichiamocelo).
L'usanza era talmente consolidata, che gli amici arrivavano già portando con sé qualcosa che sarebbe andato bene per il "dopo", dal salame al dolce, tanto lo si sapeva come sarebbe andata a finire.

Poi sono arrivate le P.R. milanesi. Ed è iniziato il disastro. Perché l'orribile nome lo hanno inventato loro, le muse del club della tartina. Quelle del Ciao Cara Come Stai? Ti vedo In Forma! Quelle del Posticino Carrrrrrino (arrotando un po' la R). Quelle dell'invito alla Seratina visto che latiti ai Pranzetti.
(Si, le maiuscole le mettono loro, si sente come le pronunciano).
L'Apericena. Non aperitivo, non cena, ma un miscuglio di entrambi, piatti caldi, piatti freddi, il Frittino (si si anche il Frittino con la maiuscola) appena fatto, il formaggio con il miele e le marmellate. Annaffiato con quel che ti pare. Dal Mojito in su va tutto bene. L'acqua non è contemplata. Il vino c'è, ma tendono a nasconderlo.
E i barman milanesi non se lo son lasciati sfuggire.
Perché con l'Happy Hour eran costretti a calmierare i prezzi.
Con l'apericena possono calcare la mano.
E il milanese, quello imbruttito di molte storielle che girano su Internet, ci casca mani e piedi.
Portafoglio alla mano, ça va sans dire.

martedì 9 luglio 2013

Scusa, me lo presti tuo Marito?

(questo sarebbe il post del lunedì, che io avrei comunque scritto il martedì, per chi legge, per motivi di fuso orario, ma che scrivo comunque di martedì perché appena rientrata da una lunga giornata operosamente lavorativa)


Contro ogni tentazione. Io incarno la donna che l'uomo rifugge. Quella che il tacco mai. Quella delle Superga e delle ballerine, degli stivali raso terra, dei sandalini di cuoio. Va bene. Ho anche le Birki. Confesso.
Ma il tacco no. Non ce la faccio. E non è che non mi piaccia. Io mi incanto davanti alle vetrine di scarpe e, a parte il mio mito Alexander McQueen, che considero però più un artista che un stilista, mi incanto di fronte a certe Loboutin sfrontate o a delle Jimmy Choo esagerate.
Però non mi ci vedo. Anche con le scarpe sobrie, con il loro decoroso tacco 6, anche i piccoli plateau che danno slancio. Come le indosso non mi sento più io.
Così, io e il mio metroesessanta scarso di bassezza ce ne trotterelliamo in giro per la città sulle nostre rasoterra senza colpo ferire.
Finché.... finché non arriva il giorno del supermercato. Già, perché fin che si scelgono i prodotti del terzo scaffale non c'è problema. Ma quando si punta alla marca meno marca, al nome meno nome, bisogna essere consapevoli che bisognerà cercarlo nel ripiano più in basso. O in alternativa in quello in alto. Inarrivabile, soprattutto se le scalette non sono a portata di mano.
Ma non mi scoraggio. La soluzione è sempre a portata di mano. Basta puntare agli uomini delle altre donne. Quelli alti. Ci sono, giuro. E poi basta rivolgersi alla diretta interessata, la moglie, naturalmente.
"Scusi, mi può prestare suo marito per favore? Non arrivo a quel ripiano". Lei sorriderà radiosa, lui si sentirà un filino preso per i fondelli, ma poi, servizievole, si presterà.
Detto, fatto, in barba alle scarpe col tacco.

Ah, se volete ridere con la saga delle scarpe più orribili del pianeta, il mio consiglio di lettura è questo tumblr che si autodefinisce di denuncia sociale. E ha pure ragione. 

mercoledì 19 giugno 2013

Le lettere e i Giorni - Moda




Cani, bambini, ubriachi e leggings non mentono mai. Sapevatelo.

Oggi mi sento lapidaria, per cui me la cavo con poco. Se però a qualcuno interessasse, posso dire che
no, non seguo la moda alla lettera, però è chiaro che non servendomi in sartoria, fogge e colori sono quelli che la stagione propone. E se vi ricordate le giacche con le spalle imbottite, i cerchietti e le scarpe a punta sapete cosa voglio dire. Amo il lino, che diventa quasi una divisa nella stagione estiva, declinato in gonne, abiti e pantaloni. D'inverno finisco per sposare il nero, sempre accompagnato da punti di colore nelle calze e nelle sciarpe. In ufficio ho lanciato l'"osa anche tu day", nel quale ci si presenta con le calze dei colori più improbabili. Gli uomini inorridiscono, ma almeno noi ci divertiamo. Non porto scarpe con tacco, ma adoro Alexander McQueen. Quando sarò ricca voglio regalarmi un set completo di Armadillo Shoes. Come fermalibri restano un'icona.