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martedì 24 settembre 2013

[In]discutibile

L'abbigliamento dei supporter all'America's Cup raggiunge picchi davvero notevoli.



I supporter di New Zealand bastano come testimonianza?



venerdì 21 giugno 2013

Le Lettere e i Giorni - Viaggiare


Si, viaggiare. Oh si si si. Sisisisisisisisisisisisisisisisisisisisisi! Io son di quelle che inizia a viaggiare con la testa, prima ancora di aver stabilito il quando e il come.
La mia fortuna è quella di aver avuto dei genitori che hanno sempre amato la dimensione della scoperta e del bello. Così le nostre estati, se pur nella tradizione delle tre settimane di mare di un'epoca che ormai non c'è più, sono sempre trascorse in tappe intermedie alla scoperta di un luogo o di un altro. In Italia, rigorosamente. Ma che meraviglia. Io e mio fratello seduti dietro sulla Fulvia, con le gambe che si incollavano ai sedili e facevano straaaaaaap quando finalmente si scendeva dalla macchina!
Poi sono arrivati i viaggi con gli amici, le vacanze in Puglia, i giri a Firenze in campeggio libero, le notti in sacco a pelo davanti alla stazione di Venezia, con i vigili che ci venivano a svegliare all'alba perché la tolleranza finiva con i primi treni del mattino. Mi ricordo le notti a parlare con ragazzi di ogni parte del mondo, le chitarre, le sigarette, i baci scambiati. Fa tanto folklore, lo so. Ma lo ricordo con nostalgia.
E poi i lunghi periodi di studio all'estero. Di nuovo gli studentati multilingue e multietnici e ci si sentiva padroni di un mondo che non aveva confini.
I primi viaggi in coppia, con quel gusto di potersi permettere qualcosa di più, ora che i primi lavori portavano in tasca qualcosa, i viaggi in moto in Marocco, la Turchia girata in lungo e in largo.
E poi sono arrivate loro, le tre mostre.
E non ci siamo fermati.
Le abbiamo abituate fin da piccole a girare con noi e con i nostri amici per tutta l'Europa, a guardare oltre gli orizzonti di casa. E vorremmo che il mondo fosse meno stretto per loro.
Infine ci sono i miei viaggi di lavoro.
Tanti e belli.
E un po' solo miei. Dove riacquisto una dimensione individuale o individualista. E mi coccolo un po'.

P.S. Questa estate: Irlanda.
P.S.2 La Grande Assente? Trieste. Nonostante Magris, mannaggiammè. 

Yes, Summertime!

(e ventiquattro anni di matrimonio, ecco, l'ho detto)

mercoledì 19 giugno 2013

Le lettere e i Giorni - Moda




Cani, bambini, ubriachi e leggings non mentono mai. Sapevatelo.

Oggi mi sento lapidaria, per cui me la cavo con poco. Se però a qualcuno interessasse, posso dire che
no, non seguo la moda alla lettera, però è chiaro che non servendomi in sartoria, fogge e colori sono quelli che la stagione propone. E se vi ricordate le giacche con le spalle imbottite, i cerchietti e le scarpe a punta sapete cosa voglio dire. Amo il lino, che diventa quasi una divisa nella stagione estiva, declinato in gonne, abiti e pantaloni. D'inverno finisco per sposare il nero, sempre accompagnato da punti di colore nelle calze e nelle sciarpe. In ufficio ho lanciato l'"osa anche tu day", nel quale ci si presenta con le calze dei colori più improbabili. Gli uomini inorridiscono, ma almeno noi ci divertiamo. Non porto scarpe con tacco, ma adoro Alexander McQueen. Quando sarò ricca voglio regalarmi un set completo di Armadillo Shoes. Come fermalibri restano un'icona.

martedì 18 giugno 2013

Le Lettere e i Giorni - Lavoro / Me

In ritardo sul tema di ieri, sapete com'è... il lavoro, me la cavo di nuovo con due in uno.
Del resto, in tempi di spending review ci si arrangia come può.
Perdonatemi, suvvia.



In realtà, celie a parte, la questione per me si pone eccome tra il farci e l'esserci. Si fa il medico o lo si è? Si fa la maestra o la si è?
Nel mio caso io sento di essere ciò che faccio e a distanza di... quanti? boh, venticinque, ventisette anni dalla mia prima volta ancora oggi non riesco a immaginare un futuro diverso per me.
Eppure ci sono arrivata per caso. Non sono di quelle che il sacro fuoco se lo son sentite da bambine. Mai nemmeno scritto per il giornalino della scuola, tanto per capirci. In fondo cercavo solo un lavoretto che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre finivo l'università. E quel posto in quell'agenzia sembrava fatto su misura per me. Poche ore al mattino, in pieno centro a Milano, così che appena finito riuscivo a scappare a lezione o a lavorare sulla tesi.
Appena laureata, poi, me lo ricordo ancora quel colloquio presso la sede di uno dei più prestigiosi orafi italiani, con il selezionatore del personale che mi parlava di orari, mansioni, vincoli di riservatezza, e intanto mi chiedeva con insistenza "ma lei intende avere figli"? Non avevo ancora venticinque anni, all'epoca, che ne sapevo del mio futuro. Così risposi che se era un certificato di sterilità quello che mi stava chiedendo, non ero in grado di darglielo. E tornai in agenzia, dove il titolare - di questo glie ne sarò grata sempre - mi aspettava per offrirmi un contratto a tempo pieno. Un contratto che non aveva tirato fuori dal cassetto per lasciarmi libera di capire che cosa volevo davvero essere, non cosa volevo davvero fare.
In questi anni il mio lavoro mi ha portato in giro per il mondo, ma soprattutto mi ha permesso di conoscere un mondo di persone. E dopo anni è bello pensare, ogni volta che preparo la valigia, se incontrerò l'amico Tiger Man da Israele, o il collega sudafricano, che un po' scrive un po' produce il vino delle sue vigne, o ancora Paolo, di Toronto, con il padre italiano e comunista, che ogni volta mi domanda di Mr. B.
Certo, i tempi sono duri, e il mio/nostro lavoro è talmente cambiato che diventa sempre più difficile sostenerlo. Tra cattiva fama e salari da fame (come si fa, ditemelo, a pretendere di pagare 5 euro ad articolo, sperando di ricevere in cambio lavoro di qualità nel pieno rispetto di tutte le regole di controllo e verifica che la deontologia richiede? E come si fa, ditemi di nuovo, ad accettare questi compensi senza rendersi conto che comunque non ci si vive e che nel contempo si ammazza una professione?) siamo come i famosi avvocati incatenati in fondo al mare del film Philadelphia: un buon inizio. :)

venerdì 14 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Pesce e Minestrone di Verdura



Perché più che cibi della tradizione, sono cibi che normalmente transitano dalle nostre tavole.
Per quel che riguarda il minestrone, in casa siamo in cinque: due lo vogliono passato, due lo vogliono in pezzi. La quinta (io) mangia quel che avanza di più.
Lo faccio anche d'estate, con il riso, lasciandolo semplicemente raffreddare direttamente nei piatti e condendolo, al momento del pranzo, con un filo di olio o un cucchiaino di pesto. Buono.
Il pesce, ecco, quello che ho perso è la ritualità del venerdì. Lo mangiamo senza vincolo di calendario. Il mio limite è il saperlo cucinare. Azzardo poco, ho sempre paura di rovinarlo.
Della nostra tradizione, la prelibatezza che ricordo con un po' di nostalgia è il classico pan e pesitt, pane e pesciolini, dove i pesciolini - rigorosamente fritti -  erano le piccole alborelle del Ticino. Altro che fish and chips!



giovedì 13 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Gnocchi (ma anche la Trippa ha un suo perché)


In casa mia si son sempre detti I Gnocchi e la Crusca abbia pietà di noi. Del resto il dialetto non perdona e anche se non lo si parla in casa, qualcosa resta sempre.
Sempre fatti in casa: ho ceduto ogni tanto al fascino del banco del fresco al supermercato, salvo ritrovarmi mappazze insapori nei piatti.
La ritualità del gnocco però è legata alle mie estati bambina in montagna con i nonni, quando i gnocchi si facevano più spesso il venerdì, trucco sapientemente escogitato dalla nonna per conciliare la prelibatezza di metà settimana con il rispetto del magro in tempi in cui il pesce nelle Prealpi Bergamasche non era consueto.
E il rito iniziava al mattino quando venivo spedita in paese a comprare un paio di chili di patate per gnocchi, che il verduraio pesava velocemente sulla stadera. Le patate venivano bollite con la buccia, quindi guai a far tardi con gli amici, se no si saltava il giro, spellate roventi e poi passate al passapatate.
Nella purea rovente, la farina bianca era soprattutto un tocco di frescura, per poi procedere a un impasto veloce, ché non si doveva lavorare troppo. Mai messo l'uovo, ecco.
E poi io e mio fratello a fare la gara dei bisciolini, per poi passare i gnocchi sui rebbi della forchetta, componendo le dosi di ciascun commensale direttamente sul piatto infarinato.
Poi si puliva il tutto, si apparecchiava, e la nonna procedeva nel rito finale. Un piatto alla volta, li raccoglieva col mestolo bucato e li irrorava con burro fuso e salvia. Perché è così che li ho sempre mangiati.
In vacanza con i miei avevo poi scoperto quelli alla sorrentina, altra prelibatezza, ma ancora oggi i miei gnocchi sono bianchi.
Ho solo un problema: sono stufa di vedere lo sguardo stolido del fruttivendolo al mercato quando gli chiedo le patate per gnocchi. Non mi può rispondere, semplicemente, "patate".

Quanto alla trippa, io opto in genere per quella alla parmigiana, mentre mia mamma almeno un paio di volte in inverno fa la busecca. Più brodosa dell'altra, aggiunge a trippa e foiolo anche i fagioli.

mercoledì 12 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Gli Avanzi

Questo post, che rientra nel solito giochino dello svolgimento a tema, lo dedico a tutte quelle che "il lesso no".
Figlie mie, dire no al lesso, con la scusa della carne filacciosa che poi non si sa come ricicciare, significa dire no a una delle prelibatezze della vita.

I mundeghili

Partiamo con le precisazioni. Non chiamateli mondeghili. U U U mUndeghili. Soprattutto non chiamateli polpette. Quelle sono un'altra cosa, sulla cui bontà non discuto, ma che nulla hanno a che fare con ciò di cui vado a parlare.
Non so se esista un disciplinare del mundeghilo doc, però so che su alcuni aspetti un po' di talebanesimo non guasta.
Per fare dei buoni mundeghili ci vogliono gli avanzi di carne del lesso. Tutti quei ritagli che vagano per il frigorifero in attesa di destinazione. Quelli lì. Se per caso incappate in un fondino di arrosto, si prende anche quello. No e poi no alla carne trita. Quella la mettete nelle polpette.
Ci vuole poi un po' di pane raffermo, la michetta sarebbe l'ideale, ma siccome anche qui hanno disimparato a farla, di nuovo si pesca dalla dispensa.
Un pochino di salsiccia, un pochino di mortadella di fegato (si di fegato, buona buona. Se non l'avete o non vi garba vi è consentito scivolare verso quella classica di Bologna), un po' di latte, formaggio grattugiato, prezzemolo, uova, burro, sale, pepe, pangrattato.
Quantità? QB, naturalmente, mica vorremo pesare anche per i cibi di riciclo vero? Occhio solo che la mortadella di fegato è saporita e non deve prevalere.
La carne si trita, meglio a mano. Per favore non nel frullatore che poi fa mappazza. Al massimo il tritacarne manuale. L'importante è che resti grossolana. E poi si aggiunge il pane bagnato nel latte, la mortadella, la salsiccia, il formaggio, il prezzemolo e le uova, fino a raggiungere un impasto piuttosto sodo. Se è molle non va bene perché poi il mundeghilo si sfalda in cottura. Si regola di sale, ricordandosi che il tutto è già stato cotto e dunque dovrebbe avere già il giusto grado di sapidità.
Si formano delle palline (dimensione di una piccola albicocca), si passano nel pangrattato e si friggono nel burro.
Si, nel burro. Nell'olio ci friggete le polpette.
Se riuscite a non farvele mangiare tutte mentre le state cuocendo vanno benissimo per una cena luculliana o per un aperitivo perché - udite udite - il mundeghilo è buono anche freddo.



martedì 11 giugno 2013

lunedì 10 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Il Lesso

E siamo giunti alla seconda settimana del percorso a tema. E, lo dico, qui si va in discesa.
Perché non è stato facile ammettere pubblicamente quanto io sia inetta nel ruolo di casalinga. Devo anche dire che tanti anni fa, alla nascita della nostra terza figlia, l'amorevole padre riconobbe senza amarezza che la casa non sarebbe stata più pulita o più in ordine se io mi fossi trasformata in massaia e che per questo motivo, considerato quanto amassi e ami ancora il mio lavoro, tanto valeva che io tornassi operosa fuori casa, piuttosto che sapermi infelice con il piumino della polvere in mano.
La cucina e il cucinare però mi piacciono (l'ho già detto forse?), quindi qui mi muovo su un terreno amico.

Il lesso, dunque.
Dobbiamo disquisire se di lesso o bollito vogliamo parlare o possiamo passare oltre, lasciando a ciascuno il piacere dell'uno o dell'altro a seconda delle occasioni?
D'inverno, in casa mia, il bollito si fa spesso, naturalmente d'inverno. Perché piace, soprattutto, perché fa calore, perché tutto sommato nelle pigre domeniche non richiede chissà che manutenzione e dunque consente di dedicarsi al riposo (di cui al post precedente) molto più di quanto non consentano le lasagne, e perché ha come effetto collaterale una buona scorta di brodo da destinare al risotto in una delle sere successive.
Il bollito si mangia caldo fumante, appena il fuoco è stato spento sotto la pentola, ma la carne che avanza si presta a simpatiche rivisitazioni che farebbero buona mostra di sé nel post di mercoledì, quello dedicato agli avanzi.
In genere non mi formalizzo troppo sui tagli di carne: misto va bene, ma alla fine finisco per prendere sempre le qualità che più incontrano il gusto dei commensali.
Non transigo solo quando decido di celebrare il rito del Gran Bollito, che trova la sua apoteosi il giorno di Santo Stefano, quando a casa mia approda una buona quota parte del parentado, reduce dai festeggiamenti della Vigilia e del Natale. Da tempo immemore io li alletto con l'idea del consommé, che però parte dal più classico dei bolliti, lingua e testine inclusi. E chissà perché nessuno si tira indietro.
Dimenticavo. Mi perdoneranno i puristi, ma io evito tutte le salse. La carne si condisce con una grattata di sale e per chi lo desidera un filo di olio a crudo. Al resto ci pensano mostarda e rafano.

sabato 8 giugno 2013

Casalinghitudini Antiche - Visite





Sono di una generazione che non ha conosciuto le visite di cui parlava Colette Rosselli. Quelle in cui ci si preannunciava o ci si invitava con adeguato anticipo, quelle per le quali non ci si poteva presentare - e comunque mai a mani vuote - prima di una certa ora né ci si poteva trattenere dopo un'altra, quelle nel salotto buono di casa, con o senza copertura di cellophane sulle sedie. Grazie al cielo no.
Già per i miei genitori, le visite e gli inviti sono sempre stati quelli del cuore, dettati dal desiderio di incontrare parenti o amici di famiglia più che dal peso della circostanza.
E così è per me. Casa è sempre aperta per amici e parenti e non è raro che amici e parenti si conoscano ormai talmente bene da far si che le condizioni per incontri comuni siano tutt'altro che rare.
Con gli amici, va da sé, la formula è quantomai semplice - "Da noi o da voi?", mentre è chiaro che con i parenti più anziani il riguardo del preavviso sia solo per accertarsi che umore e salute consentano le visite.
Da ragazzi era lo stesso. Mia madre non ha mai posto veti all'andirivieni degli amici, né a inviti a cena improvvisati, e nemmeno, devo dire, veti ci son stati posti dagli altri genitori del gruppo. Ed è forse per questo che ci consideriamo come una grande famiglia allargatissima.
Mia madre ricorda ancora il mese di luglio del 1982, quando lei e il papà partirono per quindici giorni di vacanza lasciando la nonna, che all'epoca aveva 83 anni, alle cure mie e di mio fratello. In realtà ci curavamo a vicenda, ma questa è un'altra storia.
Pensando di fare cosa furba, decisero di rientrare proprio la sera dell'11 luglio, nella certezza di non trovare traffico verso Milano.
Traffico non ne trovarono, in effetti, e quel che videro entrando in casa fu una sala invasa da una ventina di ventenni, la nonna in mezzo seduta in poltrona, e un tifo scatenato al secondo gol di Tardelli e il delirio dopo quello di Altobelli. Il resto è storia, compresa una bandiera cucita lì per lì, e la mitica spaghettata dopo la festa in piazza.
Forse non era una visita convenzionale, secondo l'antico senso del termine. Di certo lo fu a sorpresa.



«Palla al centro per Muller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, evviva è finita! Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!» [Nando Martellini - 11 luglio 1982]

p.s. Mi sono resa conto adesso del fatto che noi non vincemmo contro la Germania, bensì contro la Germania Ovest. Quanto tempo è passato eh?

giovedì 6 giugno 2013

Casalinghitudini Antiche - Pulizie di Fondo


Il Leone d'Inverno - Catherne Hepburn - Eleonora d'Aquitania - Leonora dal greco èleos, compassione. Appunto. 

Qualcuno ha i santi in Paradiso. Io ce l'ho in terra. Santa Leonora d'Albania da oltre 10 anni ha preso in mano le redini della mia casa e supplisce a tutto quanto la mia inettitudine e la mia mancanza di tempo mi impediscono di fare.
L'alibi c'è e buono pure: tre figlie, un lavoro a tempo pieno con trasferte frequenti, un marito perennemente in viaggio, davanti a me due scelte, escludendo naturalmente l'opzione di lasciare andare in malora tutto: o mi rassegnavo a fine settimana da incubo, con stracci e aspirapolvere sempre tra i piedi, oppure chiedevo aiuto. E l'aiuto è arrivato.
Lei è meravigliosa. Nel momento stesso in cui le ho dato carta bianca - praticamente il terzo giorno che l'ho vista bazzicare per casa - si è presa cura delle mie cose come io non saprei fare. Ogni tanto trovo i suoi "pizzini": Settimana prossima inizio pulizie di fino - Ho pulito frigorifero e sbrinato congelatore - Le tende sono giù da lavare - Ho cambiato il posto dei piatti perché è più comodo così.
E ha ragione lei, sia chiaro. E' davvero più comodo così.
E poi, diciamocela tutta. Dire alle figlie, Ma insomma, rispettate il lavoro della Leonora! trova orecchie più disponibili che un banalissimo Rispettate la fatica di vostra madre, no?

mercoledì 5 giugno 2013

La Piccola Sarta Cinese

Il commento di Atapo al penultimo post mi ha fatto partire la solita sequenza di associazioni che mai e poi mai proporrei a uno psicologo.
Da queste parti, più che cooperative, sono sorti come funghi piccoli negozietti di taglia-e-cuci, gestiti in genere da giovani donne cinesi, che per cifre ben più che ragionevoli eseguono piccoli e meno piccoli lavori di rammendo e sartoria: dall'orlo al rifacimento di tasche o fodere.
La cinesina sotto casa di mia mamma ha mani bellissime, un sorriso delizioso e una cura tale nello svolgere questi lavori che davvero si finisce per rivolgersi a lei, disimparando qualcosa in termini di manualità, ma molto imparando in termini di umanità.
Come quando il fratello, che ha in gestione il bar dell'angolo, alla domanda Come va? risponde con un Sem chi a laurà che contrasta un po' con le sue fattezze inequivocabilmente orientali. E quando lo sento disquisire sulla pensione che non arriverà mai, perché ora che ci arriva lui avranno finito di darle, mi rendo conto che più di ogni ragionamento astratto possono le sue parole sul suo diritto di terra di sentirsi ed essere italiano.

Il brano che segue non c'entra con questo sproloquio, ma fa parte delle associazioni di idee. Le mie, cioè.

«Ba-er-za-che». Tradotto in cinese, il nome dell'autore francese formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po' ridicolo di quel nome svaniva, e dall'insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina. (Anni dopo appresi che a tradurre Balzac in cinese era stato un grande scrittore, il quale, non potendo pubblicare le proprie opere per motivi politici, aveva dedicato la sua vita a tradurre quelle degli autori francesi).
Quattrocchi aveva esitato a lungo prima di scegliere quel libro, o era stato il caso a guidare la sua mano? Oppure ci aveva dato proprio quello perché, fra tutti i tesori della preziosa valigia, era il più breve e il più malconcio? Era stata la grettezza il vero motivo della sua scelta? Non lo sapemmo mai. Certo è che quella scelta cambiò radicalmente la nostra esistenza, o almeno il periodo della nostra rieducazione sulla montagna della Fenice del Cielo.
Il libretto in questione s'intitolava Ursule Mirouët.
Luo lo divorò la notte stessa in cui Quattrocchi ce lo passò, e all'alba lo aveva finito. Spense la lampada a petrolio, mi svegliò e me lo diede. Io rimasi a letto per tutta la giornata, senza mangiare, senza fare nient'altro che starmene immerso in quella storia francese di amore e di miracoli.
Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell'adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l'ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente. [Dai Sijie - Balzac e la piccola sarta cinese]

lunedì 3 giugno 2013

Casalinghitudini antiche - Il Bucato




Sono una donna fortunata. Il bucato non tocca a me. Cioè non tocca a me il lunedì, giorno credo anticamente fissato per l'incombenza dai tempi in cui il ginocchio della lavandaia non era ancora patologia scomparsa, né il martedì e nemmeno il mercoledì. Possiamo scorrere tutta la settimana arrivando fino alla domenica. Ma non fa parte delle mie mansioni.
Fin dall'inizio della nostra vita in comune, l'uomo di casa aveva sentenziato che per lui fare andare la lavatrice, dopo anni di convivenza in case da studente senza contratti dell'Enel di sufficiente potenza a garantire il funzionamento di una macchina per lavare, rappresentava un momento di estasi. Figurarsi se mi lasciavo scappare l'occasione. Perché nel compito, sia chiaro, non rientra semplicemente il caricare la macchina e darle il via, ma implica anche lo stendere e il ritirare. Mica pizza e fichi.
Così ho ceduto lo scettro di ottimo grado e senza alcun rimpianto.
Certo, lasciare che del bucato si occupi un uomo significa soprassedere su tornate di biancheria con simpatiche sfumature rosa o blu, così come su felpe ridotte all'improvviso a formato mignon, buone forse per un chihuahua. Saran mica problemi vero? Adesso hanno inventato gli acchiappacolore, ma sono una novità troppo recente per i nostri 24 anni di bucati comuni.
Lui però, così come Henry Fonda-Frank Beardsley in Yours Mine Ours (va bene, Appuntamento sotto il letto è una traduzione schifida) si regolava con le scarpe, a riprova del suo spirito pratico si era inventato l'escamotage per le figlie: si vestivano degli stessi colori. Rosso, Blu, Verde. Ma in batteria. Così tre felpe rosse, tre pantaloni rossi, tre magliette rosse, magari moltiplicate per due-tre giorni, facevano una macchinata. E poi si poteva dare il via al giro del blu.
Semplice e a prova di errore.
Ora che le creature son cresciute, e che sanno come far andare la lavatrice, la distribuzione dei compiti non  è più così fissa. C'è da dire che non son nemmeno più in età da subire senza batter ciglio i diktat cromatici del padre.
Poco male. Adesso si consola, dopo l'ennesima macchinata multicolor, al pensiero che con i pannelli sul tetto l'energia la paga il sole. Poi chiama au secour per stendere. Alla fine si stufa anche lui.


domenica 2 giugno 2013

Settimanale, ovvero si fa per gioco

Ora, che io sia diventata pigra anche in queste lande, più che cosa nota è cosa visibile nonché palese.
Nondimeno, e sottolineo nondimeno, il gioco (posso chiamarlo così Ody?) dei post a tema mi piace.
Mi piace in primis perché mi offre lo spunto per tenere meno desolata la landa, in secondo luogo, ma di fatto a parimerito con il primo motivo, perché i temi proposti mi divertono. E per me che scrivo per lavoro non c'è niente di più bello che scrivere per gioco.
Nella prima settimana, poi, si parlerà di cose che non sento proprio mie, le casalinghitudini. Temo verrà fuori il peggio di me.
Amen.
È un gioco.
E poi non si vince  nulla. Che meraviglia.


giovedì 10 gennaio 2013

Super Bowl



Cioè quella di pop corn che io e husband, probabilmente con buona parte della prole aggregata, ci prepariamo a far fuori stasera in vista dell'evento televisivo della stagione. Meglio di XFactor, cioè. Che non avendo nessun abbonamento a Sky o a laqualunquepremium, noi quello non lo vediamo comunque.
Però il faccia a faccia di MisterBi con Santoro e Travaglio non me lo voglio mica perdere. Dicono che danno 5 a 1 l'abbandono del campo. Quasi quasi una scommessina la farei.

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Avevo detto che non avrei rifatto di questo luogo uno sfogatoio, vero? Ma è obbligatorio essere coerenti anche qui?

martedì 3 marzo 2009

Ascolto troppa pubblicita'

Completamente rintronata per la levataccia, alle 6.30 allaccio diligente la cintura di sicurezza, e sprofondo in un sonno che ha il solo pregio di regalarmi un mal di testa colossale. Le hostess, sorriso e divisa d'ordinanza, passano con un abbozzo di colazione. Panino con wurstel, yogurt dall'etichetta piena di umlaut, te' e apfelsaft per chi gradisce. Mi riscuoto dal torpore e penso a quella pubblicita' nella quale si parla di puntualita' tedesca, catering italiano e cortesia di non so dove. Se cominciano da subito a mescolar le carte, la vedo grigia.