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venerdì 10 gennaio 2014

Del tempo che passa

Mentre Milano fa fatica ad accettare che il Natale sia finito, e l'atrio della Stazione Centrale ancora pullula di bancarelle di torrone, mentre l'albero dei desideri troneggia ancora nel salone del piano terra,


io mi sono rassegnata alla ripresa della routine quotidiana, incluse le sue piacevolezze. Come il cineforum con le amiche.
Il film di ieri sera non credo entrerà mai in qualche top ten degli imperdibili, a meno che la top ten non sia degli imperdibili film cileni oppure degli imperdibili film con Paulina Garcia, che per altro si è meritata l'Orso d'Argento a Berlino per questa sua interpretazione.
Gloria, questo il titolo, diretto da Sebastian Lelio, è un film lentino, anzi, decisamente lento, che tratta di un tema forse un po' desueto: la voglia di vivere, di essere desiderata e desiderabile, di costruirsi un nuovo amore di una donna ormai alla soglia dei sessant'anni, divorziata, con due figli ormai indipendenti. Dell'impossibilità di questa costruzione con un uomo apparentemente nella sua stessa situazione familiare eppure incapace di staccarsi da sensi di colpa e fors'anche dalla vergogna di ammettere con le figlie la sua nuova situazione sentimentale. Del sussulto di orgoglio della protagonista, nelle sequenze finali del film.
La protagonista è semplicemente meravigliosa, soprattutto quando sorride o quando canta da sola in macchina e, certo, è ben diversa dalle patinatissime e tiratissime protagoniste di altri film nei quali il desiderio, anche quello fisico, diventa in qualche modo protagonista. Il suo corpo è un corpo maturo, nei quali i segni dell'età non sono stati coperti da nessun maquillage. E per questo ancor più vero.
Per questo ho trovato fastidiosissime le comari dietro di noi, che han trascorso tutto il film commentando, ridacchiando, condendo di "ohh" di non dissimulato disgusto le comunque pochissime scene di nudo.
Come se, considerata la loro età, non riconoscessero in quei segni quelli che il tempo ha già lasciato anche a loro.



Sul fronte delle letture, giusto per chiudere in bellezza, ho letto le evitabilissime Fiabe Centimetropolitane di Elio (si, senza le Storie Tese), che trovano un senso se raccontate o lette a voce alta, così, tutte in fila, restano un ameno nonsense, e uno struggente Maigret (Maigret e la giovane morta), che invece davvero merita.
Adesso ho finalmente iniziato Io sono Malala, Ne scriverò.

martedì 31 dicembre 2013

Io e la mamma

Non è che sia una tradizione, però tutto sommato non vedo cosa ci sia di male nel farla diventare tale.
Da qualche anno ormai, durante le feste di Natale io e mia madre ci concediamo una passeggiata, di quelle senza meta e senza obiettivi, per Milano.
Niente shopping, niente mostre, niente musei: semplicemente camminare guardandoci in giro.
Abbiamo iniziato qualche anno fa, e la scusa era vedere l'albero in Duomo, le luci della Galleria, l'illuminazione nel Quadrilatero, l'allestimento da via Dante su verso il Castello.
Quest'anno, come l'anno scorso, la meta è stata l'area di Porta Nuova, partendo da Piazza Gae Aulenti, per poi risalire su verso corso Garibaldi fino a largo La Foppa. Una zona nella quale il connubio tra il vecchio e il nuovo raggiunge l'apoteosi, tra grattacieli in vetro e corti restaurate.
A noi questa volta si è aggregata la mia amica Juana, che non aveva ancora visto il nuovo quartiere.
Così abbiamo preso il nostro trenino, non senza aver prima assistito alla schermaglia tra mia madre e l'addetta della biglietteria che le chiedeva l'età, per emetterle il biglietto ridotto, salvo vederla poi uscire tronfia e fiera dei suoi 80 (oggi 81, auguri mamma!) anni, dal momento che la riduzione scatta a 65.
E poi a zonzo, con il naso all'insù, con l'indice teso a indicar qualcosa, con mia madre che ricordava la Milano di quando era ragazza lei.
Poi una visita alla Chiesa di Santa Maria Incoronata, all'inizio di Corso di Garibaldi, nella quale il presepe allestito ricorda una dolorosa Natività migrante, e, giusto per sano contrasto, un tuffo nel design del lusso in Corso Como 10.
In Largo La Foppa un bel dietro front! e lento pede siamo tornate alla base.
Non senza concederci un bel caffè con panna in Feltrinelli Red (Read Eat Dream), che fa tanto signore bene.

sabato 7 dicembre 2013

Calendario dell'Avvento - 7



(un Calendario dell'Avvento in forma di post: ci ha pensato Ody, io ho aderito insieme. Per sapere come funziona e chi altri vi sta prendendo parte, basta seguire il link. L'adesione è libera, anche randomica, anche a calendario iniziato)

In attesa di Violetta questa sera, Milano credo brulichi tra Artigiano in Fiera e Oh Bej Oh Bej.
Proprio agli Oh Bej Oh Bej, nella loro versione primigenia, quella che si svilgeva intorno a Sant'Ambrogio, ho conosciuto mio marito 27 anni fa. Ecco perchè oggi è un giorno speciale per me. Il regalo più bello che abbia mai trovato sotto la casellina del Calendario dell'Avvento.
(Per una volta faccio la sentimentale anche io!)

domenica 27 ottobre 2013

Intrepida[mente]

L'inizio del cineforum, ritardato per ennemila motivi che è lungo star qui a spiegare, segna comunque l'inizio ufficiale dell'autunno-inverno.
Stessa sala, stesse amiche, cambio giorno per motivi organizzativi nostri, con quest'ansia crescente da passaggio al digitale che mi rendo conto disturba non poco chi deve farlo funzionare, il cineforum.
L'esordio è autorale, con L'Intrepido di Gianni Amelio con Antonio Albanese, un titolo che di primo acchito mi ha fatto pensare ai fumetti [da me poco praticati, con un padre e un fratello rigorosamente ancorati a Tex].
Non ne sono uscita convintissima, anche se Albanese è perfetto nel ruolo, anche se Gabriele Rendina è una scoperta, anche se tutta quella Milano raccontata nel film la conosco, la vivo, la ritrovo. Inclusa quella faccenda del Bosco Verticale che mi lascia perplessa, che più perplessa non si può.
Comunque il film alterna momenti struggenti (il primo dialogo tra padre e figlio, quello in cui il figlio regala i calzini al padre) a momenti più stanchi. Una sorta di pencolamento precario, che poi è il tema stesso del film, posto che il precariato di cui si parla non è semplicemente o linearmente quello lavorativo, ma molto più interiormente un precariato di vita.
Forse un po' troppo buonista, soprattutto in certi passaggi chiave, che rischia di perdere di credibilità. Però il finale è un po' come quello delle favole. E alla fine uno esce dalla sala dicendosi che in fondo va bene così.


lunedì 22 luglio 2013

Aperi...Che?

Faccio finta di non ricordarmi se il tema del lunedì sia l'abbigliamento o più in generale la moda. Così mi fermo sul ciò che va di moda, anche se ha poco a che vedere con abiti o scarpe. 


A Milano va di moda l'apericena.
Non escludo sia una moda già sul viale del tramonto, per altro. Non l'ho praticata abbastanza per sapere se sia ancora in voga o meno. Fatt'è che ogni tanto qualcuno mi ci invita, per cui pare che sia un'usanza non del tutto estinta.
Una volta, tra amici, ci si invitava a casa per un aperitivo, già sapendo che sarebbe arrivata quell'ora in cui si sarebbe messa sul fuoco la pentola per una pasta, così da proseguire allegramente la serata oltre l'ora canonica dello Spritz o dello Sbagliato (che in fondo siamo a Milano, non dimentichiamocelo).
L'usanza era talmente consolidata, che gli amici arrivavano già portando con sé qualcosa che sarebbe andato bene per il "dopo", dal salame al dolce, tanto lo si sapeva come sarebbe andata a finire.

Poi sono arrivate le P.R. milanesi. Ed è iniziato il disastro. Perché l'orribile nome lo hanno inventato loro, le muse del club della tartina. Quelle del Ciao Cara Come Stai? Ti vedo In Forma! Quelle del Posticino Carrrrrrino (arrotando un po' la R). Quelle dell'invito alla Seratina visto che latiti ai Pranzetti.
(Si, le maiuscole le mettono loro, si sente come le pronunciano).
L'Apericena. Non aperitivo, non cena, ma un miscuglio di entrambi, piatti caldi, piatti freddi, il Frittino (si si anche il Frittino con la maiuscola) appena fatto, il formaggio con il miele e le marmellate. Annaffiato con quel che ti pare. Dal Mojito in su va tutto bene. L'acqua non è contemplata. Il vino c'è, ma tendono a nasconderlo.
E i barman milanesi non se lo son lasciati sfuggire.
Perché con l'Happy Hour eran costretti a calmierare i prezzi.
Con l'apericena possono calcare la mano.
E il milanese, quello imbruttito di molte storielle che girano su Internet, ci casca mani e piedi.
Portafoglio alla mano, ça va sans dire.