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martedì 11 marzo 2014

I cento giorni

Un paio di cose invidio degli usi e costumi degli studenti di oggi. Per me, cresciuta in anni in cui la ritualità era quella di San Firmino (e ho detto tutto), oltre alla coroncina di alloro il giorno della laurea fa anche invidia la cerimonia dei cento giorni alla maturità.
Vedendo stamane ragazzi normalmente in tuta e ragazze solitamente in jeans andare a scuola in giacca e camicia (sì, qualcuno ha osato pure la cravatta) e con l'abitino bon ton per tacer di quelli zavorrati di tutto l'armamentario necessario alla messa in scena "particolare" mi è venuta un po' di nostalgia di quegli anni lì. Di quando il futuro era ancora pieno di possibilità e sembrava solo da cogliere.
Le due creature già maturate scelsero rispettivamente la foto bon ton e il tableau vivant ambientato nel classicissimo Olimpo. Negli annali sono entrate nella leggenda foto in ambiente marino, a sognare una vacanza ancora lontana, tableaux in stile Foro Romano e ricostruzioni di Ruggenti Anni Venti mai conosciuti forse nemmeno nei libri di storia.
Sempre meglio che gli stucchevolissimi e inutilissimi ricordi di parlamentari e ministri, raccolti, non si sa bene perché, da Repubblica. En passant, io non li ho ascoltati, mi è bastato il titolo.

Infine, una risposta al post precedente. Il mio fine settimana di lavoro è trascorso qui, a cavallo di un sabato ad Amburgo e una domenica ad Hannover. 



p.s. Nella seconda foto in alto: sì, confermo, è un lucchetto. Moccia non la pagherà mai abbastanza.

mercoledì 19 giugno 2013

Volevo essere una Groupie

Va beh, si fa per dire. Però a me l'idea che quest'anno alla maturità sia uscito il mio personalissimo mito, Claudio Magris, riempie di felicità. E a chi brontola perché non è che tutti lo conoscano, Magris, io dico che il-triestino-che-io-adoro-e-con-il-quale-vorrei-tanto-bere-un-caffè-al-suo-tavolino-riservato-al-caffè-San-Marco non è stato scelto per il tema letterario, sul quale le scelte mi sembra siano più canoniche, ma per l'analisi del testo. Ed è un testo bellissimo, che prelude un libro ancora più bello. 



Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera,ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte. In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure suo. [Claudio Magris - L'infinito Viaggiare]