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giovedì 29 maggio 2014

Piccole attese che danno soddisfazione


Lo aspettavo. L'ultimo libro di Murakami Aruki lo aspettavo proprio. Perché anche se a me la trilogia di IQ84 era piaciuta, è pur vero che faccio fatica a collocarla in cima alla sua produzione.
Per questo, il nuovo L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio lo aspettavo con la stessa ansia con cui si attende un amico dopo tanto che non ci si vede. E con lo stesso piacere l'ho letto.
Perché poi è un romanzo che parla di amicizia e dell'irrisolto che ognuno di noi, in quel pellegrinaggio che in fondo è la vita, si porta dietro. E di come prima o poi il momento arrivi perché l'irrisolto diventi risolto, per poter finalmente voltare pagina. Bentornato Murakami.



Ed è con la stessa trepidazione che aspettavo il ritorno di Salvo. Sì, lui. Montalbano. Da settimane cercavo nei vari blog dedicati al mondo dei libri tracce di una possibile data di pubblicazione, salvo leggerla lì, nero su bianco, dopo il Salone del Libro: 29 maggio. E non appena è stato prenotabile, l'ho prenotato.
Così, ieri sera, ho aspettato la mezzanotte come si aspetta Gesù Bambino a Natale, giusto il tempo di vedere la rotellina girare e... tac, vedere il libro lì, pronto per essere letto.
Il botto del trono fu accussì forti che Montalbano non sulo vinni arrisbigliato scantatizzo di colpo, ma per picca non cadì dal letto per il gran sàvuto che aveva fatto.
Ben tornato commissario.

martedì 31 dicembre 2013

Classific[azioni] di fine anno

"Le strade erano piene di movimento e le botteghe erano ricoperte dei loro ornamenti più gai e più festosi. L'anno vecchio era giunto alle sue ultime ore di vita; dopo aver compiuto il suo dovere fino all'ultimo, curvava ora la testa stanca aspettando la morte e chiedendo soltanto che il mondo si ricordasse dei suoi giorni di lavoro e di sofferenza e che lo lasciasse morire in pace. Ma gli uomini ingrati non si ricordavano già più di lui ed erano ormai occupati soltanto ad accogliere, con tutti gli onori, il nuovo anno che stava per nascere". (Racconto di Capodanno, C. Dickens)


Mi era venuta l'idea di fare una classifica dei libri  letti, dei film visti, dei luoghi visitati, delle canzoni ascoltate, un po' come si usa in questi ultimi giorni dell'anno. Però mi sono persa subito all'inizio. Anche perché quando ho provato a confrontare una mia classifica ideale con una di quelle pubblicate sui quotidiani, di fatto mi sono ritrovata fuori scala.
Qualcosa, di questo 2013 mi piacerebbe però condividere con chi passa di qui.
E così ho pensato a un libro.
Non un libro da classifica, non un libro pubblicato quest'anno, non una pietra miliare. Semplicemente un piccolo, piacevolissimo romanzo, edito nel 2012, che mi ha regalato momenti di leggerezza e piacere.
Come un cioccolatino da scartare in questi giorni di festa.
Si intitola "I dieci figli che la Signora Ming non ha mai avuto", di Eric-Emmanuel Schmitt, lo stesso di "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano" e "Piccoli crimini coniugali".
Ve lo consiglio.
E che sia un anno sereno per tutti noi.

p.s. Per chi legge in elettronico, se vi interessa.. basta chiedere :)


domenica 29 dicembre 2013

Philomena, ovvero spoiling librario



Complice una imperdibile offerta Amazon, il giorno di Natale ho acquistato il libro dal quale è tratto il film Philomena, scritto da Martin Sixsmith.
E visto che il consorte è un po' fuori gioco in questi giorni, mi sono rassegnata ad aspettare il cineforum per la visione del film, anticipandola con la lettura del libro.
Mea culpa, lo ammetto, non avevo idea che si trattasse di una storia vera. E per lo stesso motivo non immaginavo che si trattasse di una forma di inchiesta giornalistica, nella quale si intrecciano due storie, che gridano entrambe vendetta al cielo: da un lato quella delle Maddalene irlandesi, le ragazze madri ospitate nei conventi e costrette non solo a espiare le colpe della loro "immoralità" con duro lavoro e umiliazioni, ma soprattutto a rinunciare per sempre ai loro figli, dall'altro il colpevole silenzio di cui si macchiò l'amministrazione americana quando l'Aids cominciò a mostrarsi in tutta la sua terribile viralità.
In entrambi i casi, l'autore mette in luce le fortissime responsabilità dei Governi, quello irlandese da un lato e quello americano dall'altro, nel nascondere e nel negare ciò che era accaduto o stava accadendo.
Le adozioni concesse dietro laute prebende a facoltosi americani, la totale assenza di volontà nel sostenere e finanziare la ricerca medica e farmacologica per curare una malattia che faceva comodo classificare come punizione divina.
A fare da collante tra queste due tematiche, la drammatica ricerca dell'identità perduta del protagonista, che nel libro, credo probabilmente più che nel film, è Anthony/Michael, il figlio perduto di Philomena.
Nell'insieme un trattato di storia, se pure romanzato, che rimanda alle figure di Eamon de Valera, LBJ (Lindon B. Johnson), Carter, Reagan, Bush e a un passato davvero molto vicino.
A livello cinematografico, la lettura del libro mi ha facilmente ricordato sia Magdalene, di Peter Mullan, sia Philadelphia, per ovvi ed evidenti motivi.
In ogni caso interessante.

p.s. Una recensione interessante di Philomena si può leggere sul blog di Poison, qui. 

martedì 29 ottobre 2013

Lettera 22

Io ci ho provato, sia ieri sia oggi. Ho dato la colpa a me, al cambio dell'ora (ché i fusi orari li reggo bene, non altrettanto le due cadenze annuali del solare/legale), al lavoro, ai pensieri. Poi mi sono arresa. La colpa è loro. Degli autori, del regista e financo degli attori. Perché la fiction su Adriano Olivetti alla fine è un feuilletton, malgrado Zingaretti e malgrado lui, Adriano, che di questi tempi non sarebbe male riflettere su alcune figure di industriali che hanno fatto la storia di questo Paese. Invece via, uno scivolar affrettato tra eventi e lotte di potere, come se non ci fosse più tempo. Più tempo per affinare, per meditare, per raccontare.
Davvero un peccato.

Che poi quando nella prima puntata è comparsa la moglie Paola, mi è venuto in mente Lessico Famigliare, quando la Ginzburg (Levi prima del matrimonio con Leone) racconta proprio della sorella Paola e del fidanzato di lei Adriano. E mi è venuto voglia di rileggerlo ancora quel libro. Perché racconta ciò che siamo stati, E fa rimpiangere ciò che non siamo più capaci di essere.


giovedì 10 ottobre 2013

Le quote rosa che piacciono a me

Lo ammetto, sul Bosone i brividi erano scarsini. Giusto quel poco che basta a mascherare il fatto che, particella di Dio o meno, di fisica non ho mai capito nulla.
Ma per la Letteratura mi ero messa in attesa e puntavo, come l'anno scorso e come quello prima e come l'anno prima ancora, su Murakami, cavallo sempre dato per vincente e mai piazzato in una gara, se gara è poi corretto chiamarla, in cui vince solo uno e una volta all'anno.
Così quando mancavano 1 minuto e 35 secondi mi sono collegata al sito e ho atteso pazientemente l'apertura della porta e la proclamazione.
Beh, Alice Munro non mi spiace. Non so se l'ho mai percepita con una levatura da Nobel, però l'ho sempre letta con piacere.
E poi è donna. E canadese.
E comunque un'Accademia che riesce ad assegnare alle donne 4 premi in nove anni, dai, non è male.


mercoledì 3 luglio 2013

Gregor, il Doodle e io

All'università, l'ultimo esame di letteratura tedesca lo avevo adorato. Nonostante la fatica. Nonostante la stanchezza. Nonostante il docente sadico ci avesse appioppato quaranta-dicasi-quaranta testi in lingua originale da leggere, molti dei quali scelti con cura per non avere, all'epoca, alcuna traduzione in italiano. Nonostante quella valigia di libri che contraddistingueva noi specialiste il giorno dell'esame e che ci trascinavamo su e giù per i chiostri.
Lo avevo adorato, dicevo. Perché tra gli autori c'era Lui. Che oggi avrebbe compiuto 130 anni.


Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po' la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante. [La Metamorfosi - Franz Kafka]

mercoledì 19 giugno 2013

Volevo essere una Groupie

Va beh, si fa per dire. Però a me l'idea che quest'anno alla maturità sia uscito il mio personalissimo mito, Claudio Magris, riempie di felicità. E a chi brontola perché non è che tutti lo conoscano, Magris, io dico che il-triestino-che-io-adoro-e-con-il-quale-vorrei-tanto-bere-un-caffè-al-suo-tavolino-riservato-al-caffè-San-Marco non è stato scelto per il tema letterario, sul quale le scelte mi sembra siano più canoniche, ma per l'analisi del testo. Ed è un testo bellissimo, che prelude un libro ancora più bello. 



Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera,ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte. In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure suo. [Claudio Magris - L'infinito Viaggiare]

mercoledì 5 giugno 2013

La Piccola Sarta Cinese

Il commento di Atapo al penultimo post mi ha fatto partire la solita sequenza di associazioni che mai e poi mai proporrei a uno psicologo.
Da queste parti, più che cooperative, sono sorti come funghi piccoli negozietti di taglia-e-cuci, gestiti in genere da giovani donne cinesi, che per cifre ben più che ragionevoli eseguono piccoli e meno piccoli lavori di rammendo e sartoria: dall'orlo al rifacimento di tasche o fodere.
La cinesina sotto casa di mia mamma ha mani bellissime, un sorriso delizioso e una cura tale nello svolgere questi lavori che davvero si finisce per rivolgersi a lei, disimparando qualcosa in termini di manualità, ma molto imparando in termini di umanità.
Come quando il fratello, che ha in gestione il bar dell'angolo, alla domanda Come va? risponde con un Sem chi a laurà che contrasta un po' con le sue fattezze inequivocabilmente orientali. E quando lo sento disquisire sulla pensione che non arriverà mai, perché ora che ci arriva lui avranno finito di darle, mi rendo conto che più di ogni ragionamento astratto possono le sue parole sul suo diritto di terra di sentirsi ed essere italiano.

Il brano che segue non c'entra con questo sproloquio, ma fa parte delle associazioni di idee. Le mie, cioè.

«Ba-er-za-che». Tradotto in cinese, il nome dell'autore francese formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po' ridicolo di quel nome svaniva, e dall'insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina. (Anni dopo appresi che a tradurre Balzac in cinese era stato un grande scrittore, il quale, non potendo pubblicare le proprie opere per motivi politici, aveva dedicato la sua vita a tradurre quelle degli autori francesi).
Quattrocchi aveva esitato a lungo prima di scegliere quel libro, o era stato il caso a guidare la sua mano? Oppure ci aveva dato proprio quello perché, fra tutti i tesori della preziosa valigia, era il più breve e il più malconcio? Era stata la grettezza il vero motivo della sua scelta? Non lo sapemmo mai. Certo è che quella scelta cambiò radicalmente la nostra esistenza, o almeno il periodo della nostra rieducazione sulla montagna della Fenice del Cielo.
Il libretto in questione s'intitolava Ursule Mirouët.
Luo lo divorò la notte stessa in cui Quattrocchi ce lo passò, e all'alba lo aveva finito. Spense la lampada a petrolio, mi svegliò e me lo diede. Io rimasi a letto per tutta la giornata, senza mangiare, senza fare nient'altro che starmene immerso in quella storia francese di amore e di miracoli.
Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell'adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l'ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente. [Dai Sijie - Balzac e la piccola sarta cinese]

domenica 5 maggio 2013

Poi non si dica che non mi sono impegnata

Tre chances: Mercurio, Né di Eva né di Adamo, Splendente come una padella. A parte quest'ultimo, godibile senza riserve, ma pur sempre all'acqua di rose, per gli altri le mie perplessità restano intatte. Una bella scrittura, di quelle da scuola baricchiana, per intenderci, ma zero anima. Costruita a tavolino, con quel senso delle proporzioni che lascia intravedere l'uso di righello, squadra e compasso, perché tutto sia al posto giusto nel momento giusto.
Amélie Nothomb, le nostre strade si dividono qui. 

venerdì 25 gennaio 2013

Sbattere nelle porte

Io le vedevo, tutte quelle persone, ma loro non vedevano me. . Vedevano la mano che allungava i soldi. Vedevano la mano che teneva aperta la porta. Vedevano il piede che si provava la scarpa. Vedevano la bocca da cui uscivano le parole. Vedevano i capelli quando me li tagliavano. Ma non vedevano me. La donna che non c'era. La donna che non aveva niente che non andava. La donna che era a posto. La donna che sbatteva nelle porte.
Sentivano l'odore dell'alco. Ah. Vedevano i lividi. Ah, allora. Vedevano i bernoccoli. Ah, be', allora, poveretta. Credevano al loro naso, ma non ai loro occhi. 

Non so se sia davvero una casualità, visto che un po' la fissa dell'Irlanda per la prossima estate ce l'ho. Fatt'è che i primi due libri dell'anno sono di due autori irlandesi.
Ho finito ieri La donna che sbatteva nelle porte, di Roddy Doyle, con l'amara consapevolezza di averlo letto fuori tempo.
Fuori tempo perché non è certo una novità. Fuori tempo perché credo che lo spettacolo della Massironi tratto da questo romanzo non sia più in scena. Fuori tempo perché l'8 marzo è ancora lontano.
Come mi è capitato di dire su altri libri del genere e di genere, è difficile definirlo bello o brutto. Perché come fai a dire che è bello un libro che ha come oggetto e soggetto la violenza domestica? E come fai a dire che è brutto, senza sensi di colpa?
Asetticamente, non lo trovo il migliore dei lavori di Doyle. Neanche The Commitments lo era, però lì lo ha salvato il film, e poi c'era la colonna sonora. Paddy Clarke, ah ah ah! è forse il migliore, se pure perfettamente inserito in quel filone di letteratura irlandese in cui alcol-povertà-religione-famiglia formano un tutt'uno nel quale i protagonisti prima o poi affogano, salvo venirne fuori grazie alla forza della disperazione.
Qui l'humus è lo stesso, ma il fil rouge che si dipana è quello della violenza e dell'invisibilità della violenza per chi non la vuole, non la sa o non la può vedere. Doloroso, ecco. Ma troppo diligente per scavare davvero nell'anima.

mercoledì 23 gennaio 2013

Ragazzo solo dove vai, perché tanto dolore

Da perfetta cialtrona quale sono, odio la cialtroneria altrui. E mi innervosisco.
Quindi lo scrivo qui, bello chiaro: NO, quella cosa orrenda che è la versione in italiano di Space Oddity, riscritta da Mogol e ricantata sempre dal Duca, non è stata fatta apposta per il film di Bernardo Bertolucci.
Mogol lo scempio lo aveva già fatto, nel 1969. E lo so bene. Perché io e mio fratello ci siam fatti matte risate con quella storia degli occhi bianchi nella notte, fanali bianchi nella notte. Ed eravamo piccoli. Cioè sufficientemente adolescenti da capire l'abissale differenza tra Major Tom e quello che ha perduto certamente un grande amore.
Tant'è.
Nel film ci stava bene, però. Cioè, la scena dei due fratelli che ballano in quella cantina è forse quella che mi ha fatto venire un po' di groppo in gola, visto che io son di quelle che si commuovono al cinema.
Per il resto, Io e Te di Bertolucci non è esattamente un capolavoro. Non male, scorre via. Ma scorre, ecco. Non scava dentro come forse avrebbe potuto.
Devo dire che il non indimenticabile film nasce da un altrettanto non indimenticabile libro. Perché è vero che io non ho una passione per Ammaniti, ma il suo libro lo ho classificato nei bruttini-anziché-no. Per essere generosa. 

Io e Te

giovedì 5 marzo 2009

Amici miei

L'amico di un mio amico si è convertito al Reader della Sony. Quello che ti carica millemila libri e non ne senti nemmeno il peso. Lui dice che nel suo monolocale, o uscivano i libri, oppure usciva lui. Così ha fatto come con il gonnellino di Eta Beta. Fruuuc, tutti stipati in 127x174x10mm. E per meno di tre etti, che solo il mattone di Larsson pesa per lo meno un chilo. Lui dice, così garantisce il mio amico, che fruscii della carta a parte, non sente differenze. E ci aggiunge anche un anzi che mi sa di poco promettente.  Il mio amico, per non esser da meno, dice che ora che Amazon ha rilasciato una versione di Kindle per l'iPhone lui ci penserebbe anche. A comprarselo, voglio dire. Ovviamente io contesto, e rilancio con le solite vetuste argomentazioni, della carta, del profumo, della sensazione sotto le dita, del fruscio quando sfoglia avanti o indietro o anche quando fai ventaglio. Anche di quell'orecchio che ogni tanto sfugge, anche se sai che non si fa, e al quale cerchi maldestramente di porre rimedio. E il segnalibro dimenticato, a metà di un capitolo mai più finito. Ottima scusa per comprarne uno nuovo. Di segnalibro, ma anche di libro, a volte. E non so se sia tutta verità, o se sia solo ostinato rifiuto verso il cambiamento. Il mio amico e il suo amico son convinti: la seconda che hai detto. E mi prendono in giro per quei capitoli di Harry Potter che mia figlia mi ha passato sull'iPod. Sciocchi. Non hanno mai passato le mattine d'estate ad ascoltare Piccolo Mondo Antico per radio. Migliaia di anni fa.