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sabato 22 febbraio 2014
Una Voce (poco fa) - R.I.P.
Ci sono voci che fanno parte di te. Di una certa parte della tua vita. Della tua storia. Di quegli anni in cui il rock era alternative, progressive, ma anche demenziale.
E dopo Freak Antoni fa male pensare che anche Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso non c'è più.
Davvero male.
martedì 19 novembre 2013
(どうもありがとう Dōmo Arigatō
Domenica a Modena, a incontrare un'amica giapponese arrivata da Tokio per cantare la Messa da Requiem di Verdi nel teatro cittadino. In un novembre insolitamente e piacevolmente tiepido, io e G. ne abbiamo approfittato per far qualcosa che troppo spesso ci manca: regalarci del tempo. Anzi, perderlo proprio il tempo, camminando, chiacchierando, gironzolando per il centro di una cittadina che poco conoscevamo, un piatto di tagliatelle (e che tagliatelle!) in trattoria, il vino, i portici. E finalmente il teatro. Un sorpresa il piccolo gioiello, un vero piacere la musica, e quasi uno straniamento pensare che un coro si costituisca (perché questa è di fatto la sua storia) con il solo scopo di venire a cantare in Italia nel bicentenario verdiano.
Altro che S.P.Q.R.! S.P.Q.J., semmai: Sono Pazzi Questi Jap!
Dopo il concerto eravamo invitati alla cena sociale del coro. Credo fossimo non più di quattro italiani in una comitiva di oltre cinquanta nipponici, quasi nessuno dei quali parlava una lingua diversa dalla loro.
Inclusa la nostra amica, che ha ormai abbandonato da così tanti anni l'Europa, che quel poco di inglese e di tedesco che le avevano regalato i tanti mesi trascorsi al seguito del marito, resident engineer in Germania, si è quasi definitamente perduto.
Se non fosse stato così tremendamente faticoso, sarebbe stato anche comico: cercare di raccontarsi anni di crescita delle figlie, i nuovi lavori dei mariti, la situazione del dopo terremoto con un vocabolario di poche centinaia di parole. Per fortuna le foto (avete mai visto un giapponese senza macchina fotografica? appunto) sono venute in aiuto là dove la parola mancava.
In compenso, eravamo al tavolo con una Hakiko, una Hamiko, una Kimiko, una Hemiko. E quando hanno chiesto il nome di G. hanno esclamato in coro "Gianni Schicchi!", intonando subito dopo "O mio babbino caro", seguite dalle amiche del tavolo a fianco.
E comunque è vero: la ritualità è cosa loro. A partire dall'ossessione maniacale con cui la responsabile del gruppo dirottava i camerieri subito al tavolo del Direttore d'orchestra, alla sequenza di discorsi di ringraziamento che si sono susseguiti per tutta la serata, in un crescendo di rango.
Noi, come i pinguini di Madagascar, abbiamo sorriso e annuito per tutto il tempo. Ci siamo inchinati tutte le volte che ci voleva e forse qualcuna in più. Ci siamo profusi in duemila Arigato e Domo Arigato. Abbiamo posato in tutte le foto in cui siamo stati richiesti e ci siamo prodotti diligentemente nel Sanbon Jime, come fossimo nativi di Osaka.
Cosa chiederci di più?
Altro che S.P.Q.R.! S.P.Q.J., semmai: Sono Pazzi Questi Jap!
Dopo il concerto eravamo invitati alla cena sociale del coro. Credo fossimo non più di quattro italiani in una comitiva di oltre cinquanta nipponici, quasi nessuno dei quali parlava una lingua diversa dalla loro.
Inclusa la nostra amica, che ha ormai abbandonato da così tanti anni l'Europa, che quel poco di inglese e di tedesco che le avevano regalato i tanti mesi trascorsi al seguito del marito, resident engineer in Germania, si è quasi definitamente perduto.
Se non fosse stato così tremendamente faticoso, sarebbe stato anche comico: cercare di raccontarsi anni di crescita delle figlie, i nuovi lavori dei mariti, la situazione del dopo terremoto con un vocabolario di poche centinaia di parole. Per fortuna le foto (avete mai visto un giapponese senza macchina fotografica? appunto) sono venute in aiuto là dove la parola mancava.
In compenso, eravamo al tavolo con una Hakiko, una Hamiko, una Kimiko, una Hemiko. E quando hanno chiesto il nome di G. hanno esclamato in coro "Gianni Schicchi!", intonando subito dopo "O mio babbino caro", seguite dalle amiche del tavolo a fianco.
E comunque è vero: la ritualità è cosa loro. A partire dall'ossessione maniacale con cui la responsabile del gruppo dirottava i camerieri subito al tavolo del Direttore d'orchestra, alla sequenza di discorsi di ringraziamento che si sono susseguiti per tutta la serata, in un crescendo di rango.
Noi, come i pinguini di Madagascar, abbiamo sorriso e annuito per tutto il tempo. Ci siamo inchinati tutte le volte che ci voleva e forse qualcuna in più. Ci siamo profusi in duemila Arigato e Domo Arigato. Abbiamo posato in tutte le foto in cui siamo stati richiesti e ci siamo prodotti diligentemente nel Sanbon Jime, come fossimo nativi di Osaka.
Cosa chiederci di più?
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domenica 27 ottobre 2013
mercoledì 26 giugno 2013
Ciò che rende bella la vita - Musica
Credo di avere ricordi musicali fin dalla mia primissima infanzia. Ricordi che includono le canzoni popolari che sentivo da mio padre e le voci di mia madre e mio padre che cantavano piano in macchina, di notte, durante i nostri lunghi viaggi estivi, quando pensavano che io e mio fratello ci fossimo ormai addormentati sul sedile posteriore.
Mi ricordo i primi 45 giri nel mangiadischi Geloso e la radio. Tanta radio, ancora prima che arrivassero le prime radio libere.
La sera, nel mio letto, ascoltavo Popoff con Carlo Massarini. E l'ho capito dopo anni che non era proprio Popoff il titolo, come il cosacco dello Zecchino D'Oro, bensì Pop-Off. Beata ingenuità.
C'è però un aspetto, nel mio rapporto con la musica, che oggi mi stupisce molto: la transgenerazionalità, sempre che questo termine esista.
Io mi ricordo le sopracciglia alzate di mia madre quando mio fratello le faceva ascoltare Freak Antoni e le sue difficoltà a destreggiarsi tra Beatles e Rolling Stones, tra Doors e Yes, per tacer di Francesco Guccini e Claudio Lolli. Cose nuove, che ascoltava con attenzione, ma che erano comunque distanti anni luce da lei.
Con le mie figlie, invece, c'è una base comune di cultura musicale che ci porta ad ascoltare e amare le stesse canzoni. E' vero, ci unisce una grande passione per tutto quello che attiene alla sfera del rock, nel senso più esteso e generale del termine, però è altrettanto vero che nelle loro discografie i Guns & Roses trovano spazio accanto agli Avenged Sevenfold, i Clash stanno vicino ai Green Day, mentre tra Queen e Aerosmith fanno capolino i Franz Ferdinand.
Esattamente come nelle mie.
E quando l'altro giorno una di loro mi ha chiesto, "Mà, ma di quand'è Stairway to Heaven?", (di cui, per inciso, conosce a memoria parole e musica) ho realizzato che sono passati 42 anni dal 1971. E che quarant'anni prima dei miei sedici anni c'era il Trio Lescano. Non è proprio la stessa cosa.
E anche questo è un modo per sentirsi più vicini.
E a me questo video commuove un po'.
p.s. ho volutamente lasciato da parte ogni riflessione sulla musica classica, perché nel gruppo delle blogeuses so che c'è una super esperta. C'è anche quella nella mia discografia del cuore.
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martedì 4 giugno 2013
Born To Run
Quando l'autunno scorso mio fratello mi chiese se avrei preferito andare con lui al concerto del Bruce a Milano o a sentire a Zurigo Roger Waters sono stata molto incerta. E alla fine ho lasciato scegliere lui, che, avendoli visti entrambi nel 2012, sarebbe di certo arrivato alla definizione del top del top del top.
Alea iacta est, e l'11 settembre ci godremo The Wall al Letzigrund Stadion.
Resta il fatto che rivedere il Boss a San Siro 28 anni dopo la sua e mia prima volta sarebbe stato davvero speciale. Anche perché chi ieri sera c'era ha parlato di una festa corale e di un feeling speciale tra Springsteen e questa città.
E lo so, Roger Waters è Roger Waters, ma una punta di rimpianto c'è. Piccola, ma c'è.
(il fratello, per altro, in questi giorni è in giro in Turchia, dopo un viaggio in Iran, pressoché inconsapevole di quel che sta succedendo da quelle parti. Forse sarebbe stato meglio San Siro)
Alea iacta est, e l'11 settembre ci godremo The Wall al Letzigrund Stadion.
Resta il fatto che rivedere il Boss a San Siro 28 anni dopo la sua e mia prima volta sarebbe stato davvero speciale. Anche perché chi ieri sera c'era ha parlato di una festa corale e di un feeling speciale tra Springsteen e questa città.
E lo so, Roger Waters è Roger Waters, ma una punta di rimpianto c'è. Piccola, ma c'è.
(il fratello, per altro, in questi giorni è in giro in Turchia, dopo un viaggio in Iran, pressoché inconsapevole di quel che sta succedendo da quelle parti. Forse sarebbe stato meglio San Siro)
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martedì 21 maggio 2013
martedì 2 aprile 2013
Piripiripiri....
Piripiripiri....
E' stato questo il messaggio che ci siamo scambiati io e mio fratello sabato mattina. Bastava.
Poi domenica lui ci ha raggiunti al mare e alla fine Jannacci è stata la colonna sonora della nostra giornata insieme. Con quel bel po' di magone, l'ho visto negli occhi di mia madre, come quando si saluta qualcosa che non sarà più così. E se è vero che le mie figlie, grazie anche e soprattutto allo zio musicofilo, le canzoni di Enzino le conoscono eccome, è altrettanto vero che c'è qualcosa che appartiene solo a me e mio fratello, a quei noi bambini, e che ci lega a quel Piripiripiri....
Ce lo ricordiamo entrambi, così come se lo ricordano i nostri genitori, quel mangiadischi Geloso, il primo grigio, il secondo arancione. E quel Vengo anch'io suonato su un balconcino in montagna. Noi due bambini che cantavamo a squarciagola. E poi giravamo. Il lato B. Che allora voleva dire l'altra facciata del disco e nessuno pensava ad altri significati. Con quel Piripiripiri....straziato e straziante. E probabilmente non capivamo il senso, di quell'Alba poco alba, neppure mattiniera, anzi un po' mulatta. Ma ci commuoveva l'ultimo Piripiripiri.... che seguiva l'Alba, è urgente.
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