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lunedì 4 novembre 2013
Laziness
Un fine settimana con - di fatto - due sabati e una domenica è qualcosa da non lasciarsi sfuggire, soprattutto se stai a Milano e il calendario ti spiega che Santambrogio e l'Immacolata ce li giochiamo in un week end.
Così, pur restando a casa, mi sono crogiolata un una infinità di programmini, che passavano dalla cena con gli amici, al riordino di un certo armadio, a un paio di giri shopping, per approdare anche allo smaltimento di qualche arretrato lavorativo, giusto per non sentirmi in colpa.
Il consuntivo, a parte la cena con amici, alla fine si ferma a quota zero.
Nulla.
Non ho combinato nulla.
Oggi pomeriggio mi sono pure rivista La Storia Infinita, con l'orrenda canzone di Limahl a far da colonna sonora, pur di non schiodarmi da casa e dal divano.
Una pigrizia cosmica.
E sensi di colpa pari a zero.
Del resto la cena a base di polenta e baccalà credo mi abbia fatto guadagnare qualche bonus riposo. Credo eh.
mercoledì 16 ottobre 2013
Un mercoledì da leoni [+ o -]
Non c'è paragone tra la corrente di amore che in questi giorni sta accompagnando dentro e fuori la Rete (quella con la R maiuscola) il saluto terreno a un uomo che sapeva davvero sorridere con il cuore e tutto quanto si sta invece muovendo dopo la morte di chi si è sempre sottratto alle sue responsabilità, negandole, e oggi nessuno vuole.
E nella mia ingenuità, mi piace pensare che entrambi riescano a capire cosa sta succedendo qui, e sorrida, l'uno, del bene che ha lasciato e che oggi abbraccia la sua famiglia, e l'altro senta il disprezzo di chi non può, né vuole, dimenticare.
Sfogo concluso, giuro.
Anche se domani mi tocca il passaggio più difficile, lavorativamente parlando, di questa settimana, per lo meno lo so che partirò col piglio giusto.
In primo luogo perché oggi ho firmato il contratto, assicurandomi (compatibilmente con i chiari di luna attuali) altri 365 giorni di continuità lavorativa. Non che fossi in ansia, ecco, però adesso sono più tranquilla. E comunque ha premiato proprio il don't panic che mi sono imposta. Ho accuratamente evitato di pensare, di ricordarmi, di appuntarmi la scadenza imminente, scegliendo di fidarmi di chi stava seguendo la cosa. E ha funzionato. Per fortuna.
E poi, ed è questo il secondo motivo di ottimismo, settimana prossima ricomincia il cineforum. Che io lo so che tra passaggio al digitale, e difficoltà nel lavorare con il Comune la questione non è stata semplice. Però mi mancava. E in fondo sì, qui l'ansia l'avevo che potesse non andare in porto o che potesse passare in mano a qualcun altro diverso da chi ha lavorato negli ultimi anni.
E invece ala fine si parte.
Il programma pare sia ancora top secret, ma qui si compra a scatola chiusa.
Da quel poco che son riuscita a intuire si parte con Albanese, per poi passare a Rush. Gloria e Bling Ring sono in cartellone, questo lo so. Quando, chissà.
Quindi domani ce la posso fare.
Ho detto.
E nella mia ingenuità, mi piace pensare che entrambi riescano a capire cosa sta succedendo qui, e sorrida, l'uno, del bene che ha lasciato e che oggi abbraccia la sua famiglia, e l'altro senta il disprezzo di chi non può, né vuole, dimenticare.
Sfogo concluso, giuro.
Anche se domani mi tocca il passaggio più difficile, lavorativamente parlando, di questa settimana, per lo meno lo so che partirò col piglio giusto.
In primo luogo perché oggi ho firmato il contratto, assicurandomi (compatibilmente con i chiari di luna attuali) altri 365 giorni di continuità lavorativa. Non che fossi in ansia, ecco, però adesso sono più tranquilla. E comunque ha premiato proprio il don't panic che mi sono imposta. Ho accuratamente evitato di pensare, di ricordarmi, di appuntarmi la scadenza imminente, scegliendo di fidarmi di chi stava seguendo la cosa. E ha funzionato. Per fortuna.
E poi, ed è questo il secondo motivo di ottimismo, settimana prossima ricomincia il cineforum. Che io lo so che tra passaggio al digitale, e difficoltà nel lavorare con il Comune la questione non è stata semplice. Però mi mancava. E in fondo sì, qui l'ansia l'avevo che potesse non andare in porto o che potesse passare in mano a qualcun altro diverso da chi ha lavorato negli ultimi anni.
E invece ala fine si parte.
Il programma pare sia ancora top secret, ma qui si compra a scatola chiusa.
Da quel poco che son riuscita a intuire si parte con Albanese, per poi passare a Rush. Gloria e Bling Ring sono in cartellone, questo lo so. Quando, chissà.
Quindi domani ce la posso fare.
Ho detto.
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venerdì 20 settembre 2013
Come passa il tempo [quando ci si diverte]
Bene. A conti fatti (questa volta è facile, visto che l'ultimo post è datato 31 luglio) non ho più scritto una riga per un mese e 19 giorni. E visto che l'un mese era agosto, significa che me ne sono stata in vacanza da queste lande per 50 giorni netti. [ehm ehm ehm.. per amor di verità e prima che gli amici dei numeri mi tirino le orecchie, ho iniziato questo post che era ancora il 19 settembre eh!]
Non male.
Soprattutto se conto che le mie vacanze vere si sono fermate a 14 giorni. Più due. Che spiego dopo.
In realtà sono stata 50 giorni intensi, nei quali sono riuscita a far star dentro di tutto, lavorativo e non. Così, se dovessi tirare la famosa riga alla fine del foglio, il bilancio sarebbe più che positivo.
E in effetti più di una volta, in questi 50 giorni, ho pensato ai temini del lunedì-mercoledì-venerdì, ma il resoconto credo si sarebbe fermato solo alle bellezze del venerdì: quasi stucchevole.
E giusto per chi fosse interessato, oltre che per me, dovessi perdere la memoria di colpo, mi lancio nell'ardito riassunto dei 50 giorni in un solo post.
Le due settimane di canoniche ferie le abbiamo trascorse in Irlanda, con il gruppo degli amici di sempre.
Una settimana dalle parti di Galway e del Connemara, tra panorami mozzafiato, mucche e pecore, e una settimana nella contea di Dublino, pronti a innamorarci non solo della Biblioteca del Trinity College.
Alla fine, il giudizio unanime è che ci siamo trovati benissimo. A parte l'essere stati graziati dal tempo - e giusto oggi un irlandese mi ha confermato la fortuna di aver avuto un'estate eccezionale - è stato un riassaporare la bellezza. Una bellezza che sta nei luoghi e nelle persone, nella musica, nella storia, nel cibo, per tacere, ça va sans dire, della birra. Che non è leggenda che la Guinness bevuta a Dublino ha tutto un altro sapore.
Tutto questo, naturalmente, in mezzo agli esami universitari delle due più grandi, tesi inclusa, il rientro al liceo della piccola, qualche viaggio del marito e svariati altri intrugli che potrebbero anche togliere il fiato se non fosse che, per fortuna, sono vita.
Al di là della bellezza dello spettacolo, al di là della generosità di mio fratello, che ha preso proprio i posti sotto il palco, c'è stata anche la meraviglia del tempo trascorso solo io e lui. Che un po' ci fa ritornar bambini, anche se da tempo non lo siamo più.
Non male.
Soprattutto se conto che le mie vacanze vere si sono fermate a 14 giorni. Più due. Che spiego dopo.
In realtà sono stata 50 giorni intensi, nei quali sono riuscita a far star dentro di tutto, lavorativo e non. Così, se dovessi tirare la famosa riga alla fine del foglio, il bilancio sarebbe più che positivo.
E in effetti più di una volta, in questi 50 giorni, ho pensato ai temini del lunedì-mercoledì-venerdì, ma il resoconto credo si sarebbe fermato solo alle bellezze del venerdì: quasi stucchevole.
E giusto per chi fosse interessato, oltre che per me, dovessi perdere la memoria di colpo, mi lancio nell'ardito riassunto dei 50 giorni in un solo post.
Le due settimane di canoniche ferie le abbiamo trascorse in Irlanda, con il gruppo degli amici di sempre.
Una settimana dalle parti di Galway e del Connemara, tra panorami mozzafiato, mucche e pecore, e una settimana nella contea di Dublino, pronti a innamorarci non solo della Biblioteca del Trinity College.
Alla fine, il giudizio unanime è che ci siamo trovati benissimo. A parte l'essere stati graziati dal tempo - e giusto oggi un irlandese mi ha confermato la fortuna di aver avuto un'estate eccezionale - è stato un riassaporare la bellezza. Una bellezza che sta nei luoghi e nelle persone, nella musica, nella storia, nel cibo, per tacere, ça va sans dire, della birra. Che non è leggenda che la Guinness bevuta a Dublino ha tutto un altro sapore.
Naturalmente siamo consapevoli che quel che non abbiamo visto è molto di più di quel che siamo riusciti a scoprire. Il che apre già la possibilità di un ritorno. Prima o poi, chissà.
Il rientro in ufficio è stato traumatico come sempre. Che se tutti sono in vacanza, mi domando come fanno ad accumularsi gli arretrati sulla scrivania. Secondo me, me li nascondono per farmeli ritrovare solo al ritorno. E poi c'è tutto il nuovo. Progetti progetti progetti. A volte, per indorare la pillola, il capo li chiama progettini, giusto per illudermi che sia una sofferenza breve. Ma sempre sòle alla fine sono.
E tra un progetto grande e uno piccolino, son riuscita infilare una tre giorni (partita martedì, rientrata giovedì, quindi da prendersi in senso l-e-t-t-e-r-a-l-e) a New York. Ma giuro che ne vale la pena. Perché quel paio d'ore che mi son ritagliata all'arrivo e l'ultimo giorno prima della partenza mi han ripagato del rimbambimento da fuso orario. Son riuscita anche a infilarmi in una mostra alla Public Library, dedicata all'importanza della lettura per i bambini: piccola chicca di rara poesia.
E poi c'è stata l'appendice. Gli altri due giorni di vacanza che mi sono regalata andando a riscuotere il mio regalo di compleanno.
Una gita a Zurigo a trovare mio fratello e io e lui, insieme, a vederci il concerto di Roger Waters (The Wall) al Letzigrund.Al di là della bellezza dello spettacolo, al di là della generosità di mio fratello, che ha preso proprio i posti sotto il palco, c'è stata anche la meraviglia del tempo trascorso solo io e lui. Che un po' ci fa ritornar bambini, anche se da tempo non lo siamo più.
Adesso mi sto preparando per una nuova partenza. Ma questa la racconto la prossima volta!
giovedì 4 luglio 2013
Sogni e Desideri
L'invito viene da Vi_Di e mi piace pensare di non lasciar cadere il filo delle ultime quattro settimane.
Sogni e Desideri, dunque.
Sogno poco, credo. In genere schianto appena toccato il letto e non ho memoria di quel che mi accade nel sonno, se non qualche vaga reminiscenza quando il risveglio mi strappa dal mio giusto riposo.
C'è stato un tempo che pensavo di poter pilotare i sogni. Mi serviva per esorcizzare le paure. Così mi immaginavo le cose peggiori e le più immani disgrazie, svegliandomi spesso in lacrime, credo nella speranza di non viverle nella realtà. Terapeutico, se pure poco riposante.
Ora, invece, dormo e se qualche sogno mi viene a trovare non ne serbo né coscienza né memoria.
Desidero, invece. Desidero spesso, tanto, di tutto. E alla fine credo che sia proprio la capacità di desiderare, coltivata anche attraverso la paziente attesa, quel che dà sapore alle piccole conquiste di ogni giorno. Tanto più preziose tanto più volute.
Sogni e Desideri, dunque.
Sogno poco, credo. In genere schianto appena toccato il letto e non ho memoria di quel che mi accade nel sonno, se non qualche vaga reminiscenza quando il risveglio mi strappa dal mio giusto riposo.
C'è stato un tempo che pensavo di poter pilotare i sogni. Mi serviva per esorcizzare le paure. Così mi immaginavo le cose peggiori e le più immani disgrazie, svegliandomi spesso in lacrime, credo nella speranza di non viverle nella realtà. Terapeutico, se pure poco riposante.
Ora, invece, dormo e se qualche sogno mi viene a trovare non ne serbo né coscienza né memoria.
Desidero, invece. Desidero spesso, tanto, di tutto. E alla fine credo che sia proprio la capacità di desiderare, coltivata anche attraverso la paziente attesa, quel che dà sapore alle piccole conquiste di ogni giorno. Tanto più preziose tanto più volute.
martedì 18 giugno 2013
Le Lettere e i Giorni - Lavoro / Me
In ritardo sul tema di ieri, sapete com'è... il lavoro, me la cavo di nuovo con due in uno.
Del resto, in tempi di spending review ci si arrangia come può.
Perdonatemi, suvvia.
In realtà, celie a parte, la questione per me si pone eccome tra il farci e l'esserci. Si fa il medico o lo si è? Si fa la maestra o la si è?
Nel mio caso io sento di essere ciò che faccio e a distanza di... quanti? boh, venticinque, ventisette anni dalla mia prima volta ancora oggi non riesco a immaginare un futuro diverso per me.
Eppure ci sono arrivata per caso. Non sono di quelle che il sacro fuoco se lo son sentite da bambine. Mai nemmeno scritto per il giornalino della scuola, tanto per capirci. In fondo cercavo solo un lavoretto che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre finivo l'università. E quel posto in quell'agenzia sembrava fatto su misura per me. Poche ore al mattino, in pieno centro a Milano, così che appena finito riuscivo a scappare a lezione o a lavorare sulla tesi.
Appena laureata, poi, me lo ricordo ancora quel colloquio presso la sede di uno dei più prestigiosi orafi italiani, con il selezionatore del personale che mi parlava di orari, mansioni, vincoli di riservatezza, e intanto mi chiedeva con insistenza "ma lei intende avere figli"? Non avevo ancora venticinque anni, all'epoca, che ne sapevo del mio futuro. Così risposi che se era un certificato di sterilità quello che mi stava chiedendo, non ero in grado di darglielo. E tornai in agenzia, dove il titolare - di questo glie ne sarò grata sempre - mi aspettava per offrirmi un contratto a tempo pieno. Un contratto che non aveva tirato fuori dal cassetto per lasciarmi libera di capire che cosa volevo davvero essere, non cosa volevo davvero fare.
In questi anni il mio lavoro mi ha portato in giro per il mondo, ma soprattutto mi ha permesso di conoscere un mondo di persone. E dopo anni è bello pensare, ogni volta che preparo la valigia, se incontrerò l'amico Tiger Man da Israele, o il collega sudafricano, che un po' scrive un po' produce il vino delle sue vigne, o ancora Paolo, di Toronto, con il padre italiano e comunista, che ogni volta mi domanda di Mr. B.
Certo, i tempi sono duri, e il mio/nostro lavoro è talmente cambiato che diventa sempre più difficile sostenerlo. Tra cattiva fama e salari da fame (come si fa, ditemelo, a pretendere di pagare 5 euro ad articolo, sperando di ricevere in cambio lavoro di qualità nel pieno rispetto di tutte le regole di controllo e verifica che la deontologia richiede? E come si fa, ditemi di nuovo, ad accettare questi compensi senza rendersi conto che comunque non ci si vive e che nel contempo si ammazza una professione?) siamo come i famosi avvocati incatenati in fondo al mare del film Philadelphia: un buon inizio. :)
Del resto, in tempi di spending review ci si arrangia come può.
Perdonatemi, suvvia.
In realtà, celie a parte, la questione per me si pone eccome tra il farci e l'esserci. Si fa il medico o lo si è? Si fa la maestra o la si è?
Nel mio caso io sento di essere ciò che faccio e a distanza di... quanti? boh, venticinque, ventisette anni dalla mia prima volta ancora oggi non riesco a immaginare un futuro diverso per me.
Eppure ci sono arrivata per caso. Non sono di quelle che il sacro fuoco se lo son sentite da bambine. Mai nemmeno scritto per il giornalino della scuola, tanto per capirci. In fondo cercavo solo un lavoretto che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre finivo l'università. E quel posto in quell'agenzia sembrava fatto su misura per me. Poche ore al mattino, in pieno centro a Milano, così che appena finito riuscivo a scappare a lezione o a lavorare sulla tesi.
Appena laureata, poi, me lo ricordo ancora quel colloquio presso la sede di uno dei più prestigiosi orafi italiani, con il selezionatore del personale che mi parlava di orari, mansioni, vincoli di riservatezza, e intanto mi chiedeva con insistenza "ma lei intende avere figli"? Non avevo ancora venticinque anni, all'epoca, che ne sapevo del mio futuro. Così risposi che se era un certificato di sterilità quello che mi stava chiedendo, non ero in grado di darglielo. E tornai in agenzia, dove il titolare - di questo glie ne sarò grata sempre - mi aspettava per offrirmi un contratto a tempo pieno. Un contratto che non aveva tirato fuori dal cassetto per lasciarmi libera di capire che cosa volevo davvero essere, non cosa volevo davvero fare.
In questi anni il mio lavoro mi ha portato in giro per il mondo, ma soprattutto mi ha permesso di conoscere un mondo di persone. E dopo anni è bello pensare, ogni volta che preparo la valigia, se incontrerò l'amico Tiger Man da Israele, o il collega sudafricano, che un po' scrive un po' produce il vino delle sue vigne, o ancora Paolo, di Toronto, con il padre italiano e comunista, che ogni volta mi domanda di Mr. B.
Certo, i tempi sono duri, e il mio/nostro lavoro è talmente cambiato che diventa sempre più difficile sostenerlo. Tra cattiva fama e salari da fame (come si fa, ditemelo, a pretendere di pagare 5 euro ad articolo, sperando di ricevere in cambio lavoro di qualità nel pieno rispetto di tutte le regole di controllo e verifica che la deontologia richiede? E come si fa, ditemi di nuovo, ad accettare questi compensi senza rendersi conto che comunque non ci si vive e che nel contempo si ammazza una professione?) siamo come i famosi avvocati incatenati in fondo al mare del film Philadelphia: un buon inizio. :)
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lunedì 3 giugno 2013
Casalinghitudini antiche - Il Bucato
Sono una donna fortunata. Il bucato non tocca a me. Cioè non tocca a me il lunedì, giorno credo anticamente fissato per l'incombenza dai tempi in cui il ginocchio della lavandaia non era ancora patologia scomparsa, né il martedì e nemmeno il mercoledì. Possiamo scorrere tutta la settimana arrivando fino alla domenica. Ma non fa parte delle mie mansioni.
Fin dall'inizio della nostra vita in comune, l'uomo di casa aveva sentenziato che per lui fare andare la lavatrice, dopo anni di convivenza in case da studente senza contratti dell'Enel di sufficiente potenza a garantire il funzionamento di una macchina per lavare, rappresentava un momento di estasi. Figurarsi se mi lasciavo scappare l'occasione. Perché nel compito, sia chiaro, non rientra semplicemente il caricare la macchina e darle il via, ma implica anche lo stendere e il ritirare. Mica pizza e fichi.
Così ho ceduto lo scettro di ottimo grado e senza alcun rimpianto.
Certo, lasciare che del bucato si occupi un uomo significa soprassedere su tornate di biancheria con simpatiche sfumature rosa o blu, così come su felpe ridotte all'improvviso a formato mignon, buone forse per un chihuahua. Saran mica problemi vero? Adesso hanno inventato gli acchiappacolore, ma sono una novità troppo recente per i nostri 24 anni di bucati comuni.
Lui però, così come Henry Fonda-Frank Beardsley in Yours Mine Ours (va bene, Appuntamento sotto il letto è una traduzione schifida) si regolava con le scarpe, a riprova del suo spirito pratico si era inventato l'escamotage per le figlie: si vestivano degli stessi colori. Rosso, Blu, Verde. Ma in batteria. Così tre felpe rosse, tre pantaloni rossi, tre magliette rosse, magari moltiplicate per due-tre giorni, facevano una macchinata. E poi si poteva dare il via al giro del blu.
Semplice e a prova di errore.
Ora che le creature son cresciute, e che sanno come far andare la lavatrice, la distribuzione dei compiti non è più così fissa. C'è da dire che non son nemmeno più in età da subire senza batter ciglio i diktat cromatici del padre.
Poco male. Adesso si consola, dopo l'ennesima macchinata multicolor, al pensiero che con i pannelli sul tetto l'energia la paga il sole. Poi chiama au secour per stendere. Alla fine si stufa anche lui.
domenica 2 giugno 2013
Settimanale, ovvero si fa per gioco
Ora, che io sia diventata pigra anche in queste lande, più che cosa nota è cosa visibile nonché palese.
Nondimeno, e sottolineo nondimeno, il gioco (posso chiamarlo così Ody?) dei post a tema mi piace.
Mi piace in primis perché mi offre lo spunto per tenere meno desolata la landa, in secondo luogo, ma di fatto a parimerito con il primo motivo, perché i temi proposti mi divertono. E per me che scrivo per lavoro non c'è niente di più bello che scrivere per gioco.
Nella prima settimana, poi, si parlerà di cose che non sento proprio mie, le casalinghitudini. Temo verrà fuori il peggio di me.
Amen.
È un gioco.
E poi non si vince nulla. Che meraviglia.
Nondimeno, e sottolineo nondimeno, il gioco (posso chiamarlo così Ody?) dei post a tema mi piace.
Mi piace in primis perché mi offre lo spunto per tenere meno desolata la landa, in secondo luogo, ma di fatto a parimerito con il primo motivo, perché i temi proposti mi divertono. E per me che scrivo per lavoro non c'è niente di più bello che scrivere per gioco.
Nella prima settimana, poi, si parlerà di cose che non sento proprio mie, le casalinghitudini. Temo verrà fuori il peggio di me.
Amen.
È un gioco.
E poi non si vince nulla. Che meraviglia.
martedì 2 aprile 2013
Piripiripiri....
Piripiripiri....
E' stato questo il messaggio che ci siamo scambiati io e mio fratello sabato mattina. Bastava.
Poi domenica lui ci ha raggiunti al mare e alla fine Jannacci è stata la colonna sonora della nostra giornata insieme. Con quel bel po' di magone, l'ho visto negli occhi di mia madre, come quando si saluta qualcosa che non sarà più così. E se è vero che le mie figlie, grazie anche e soprattutto allo zio musicofilo, le canzoni di Enzino le conoscono eccome, è altrettanto vero che c'è qualcosa che appartiene solo a me e mio fratello, a quei noi bambini, e che ci lega a quel Piripiripiri....
Ce lo ricordiamo entrambi, così come se lo ricordano i nostri genitori, quel mangiadischi Geloso, il primo grigio, il secondo arancione. E quel Vengo anch'io suonato su un balconcino in montagna. Noi due bambini che cantavamo a squarciagola. E poi giravamo. Il lato B. Che allora voleva dire l'altra facciata del disco e nessuno pensava ad altri significati. Con quel Piripiripiri....straziato e straziante. E probabilmente non capivamo il senso, di quell'Alba poco alba, neppure mattiniera, anzi un po' mulatta. Ma ci commuoveva l'ultimo Piripiripiri.... che seguiva l'Alba, è urgente.
lunedì 23 febbraio 2009
"I" come immagina un po'
Adesso, a dirla tutta, è vero che fa un po' ridere la storia delle 3 I che di botto diventano 2, posto che non siano già diventata una sola, perchè l'Impresa chissà dove si è nascosta. Però, ecco, non è che in tutti questi anni di felice carriera scolastica l'informatica sia mai stata questo gran che di materia nei curricula delle tre mostre. Siamo passate dall'uccellino Chip che viveva in un albero chiamato Cpu (vero vero vero, giuro giuro giuro) al volantino in formato A4 ripiegato in 3 con le ricette di Natale, per approdare, meraviglia delle meraviglie, alle e-mail con un'altra classe di non che quale paese nel savonese. Roba da gridare al miracolo. E possiamo star qui a disquisire di corsi di formazione, di computer che non ci sono, di finanziamenti che anche no e di motivazione sotto i tacchi. Però alla fine, se le mostre hanno un blog, se gestiscono forum scolastici, se Anobii, Facebook e Skype hanno pochi segreti e ancor meno ne hanno Photoshop, Dragon oppure Office, temo che il merito non sia della scuola. E nemmeno mio, ecco. In compenso sono migrate prima di me a Google Docs, condivisione inclusa. E di fatto stanno sulla cloud, senza che nessuno glie l'abbia mai teorizzata.
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