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sabato 7 dicembre 2013
Calendario dell'Avvento - 7
(un Calendario dell'Avvento in forma di post: ci ha pensato Ody, io ho aderito insieme. Per sapere come funziona e chi altri vi sta prendendo parte, basta seguire il link. L'adesione è libera, anche randomica, anche a calendario iniziato)
In attesa di Violetta questa sera, Milano credo brulichi tra Artigiano in Fiera e Oh Bej Oh Bej.
Proprio agli Oh Bej Oh Bej, nella loro versione primigenia, quella che si svilgeva intorno a Sant'Ambrogio, ho conosciuto mio marito 27 anni fa. Ecco perchè oggi è un giorno speciale per me. Il regalo più bello che abbia mai trovato sotto la casellina del Calendario dell'Avvento.
(Per una volta faccio la sentimentale anche io!)
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martedì 19 novembre 2013
(どうもありがとう Dōmo Arigatō
Domenica a Modena, a incontrare un'amica giapponese arrivata da Tokio per cantare la Messa da Requiem di Verdi nel teatro cittadino. In un novembre insolitamente e piacevolmente tiepido, io e G. ne abbiamo approfittato per far qualcosa che troppo spesso ci manca: regalarci del tempo. Anzi, perderlo proprio il tempo, camminando, chiacchierando, gironzolando per il centro di una cittadina che poco conoscevamo, un piatto di tagliatelle (e che tagliatelle!) in trattoria, il vino, i portici. E finalmente il teatro. Un sorpresa il piccolo gioiello, un vero piacere la musica, e quasi uno straniamento pensare che un coro si costituisca (perché questa è di fatto la sua storia) con il solo scopo di venire a cantare in Italia nel bicentenario verdiano.
Altro che S.P.Q.R.! S.P.Q.J., semmai: Sono Pazzi Questi Jap!
Dopo il concerto eravamo invitati alla cena sociale del coro. Credo fossimo non più di quattro italiani in una comitiva di oltre cinquanta nipponici, quasi nessuno dei quali parlava una lingua diversa dalla loro.
Inclusa la nostra amica, che ha ormai abbandonato da così tanti anni l'Europa, che quel poco di inglese e di tedesco che le avevano regalato i tanti mesi trascorsi al seguito del marito, resident engineer in Germania, si è quasi definitamente perduto.
Se non fosse stato così tremendamente faticoso, sarebbe stato anche comico: cercare di raccontarsi anni di crescita delle figlie, i nuovi lavori dei mariti, la situazione del dopo terremoto con un vocabolario di poche centinaia di parole. Per fortuna le foto (avete mai visto un giapponese senza macchina fotografica? appunto) sono venute in aiuto là dove la parola mancava.
In compenso, eravamo al tavolo con una Hakiko, una Hamiko, una Kimiko, una Hemiko. E quando hanno chiesto il nome di G. hanno esclamato in coro "Gianni Schicchi!", intonando subito dopo "O mio babbino caro", seguite dalle amiche del tavolo a fianco.
E comunque è vero: la ritualità è cosa loro. A partire dall'ossessione maniacale con cui la responsabile del gruppo dirottava i camerieri subito al tavolo del Direttore d'orchestra, alla sequenza di discorsi di ringraziamento che si sono susseguiti per tutta la serata, in un crescendo di rango.
Noi, come i pinguini di Madagascar, abbiamo sorriso e annuito per tutto il tempo. Ci siamo inchinati tutte le volte che ci voleva e forse qualcuna in più. Ci siamo profusi in duemila Arigato e Domo Arigato. Abbiamo posato in tutte le foto in cui siamo stati richiesti e ci siamo prodotti diligentemente nel Sanbon Jime, come fossimo nativi di Osaka.
Cosa chiederci di più?
Altro che S.P.Q.R.! S.P.Q.J., semmai: Sono Pazzi Questi Jap!
Dopo il concerto eravamo invitati alla cena sociale del coro. Credo fossimo non più di quattro italiani in una comitiva di oltre cinquanta nipponici, quasi nessuno dei quali parlava una lingua diversa dalla loro.
Inclusa la nostra amica, che ha ormai abbandonato da così tanti anni l'Europa, che quel poco di inglese e di tedesco che le avevano regalato i tanti mesi trascorsi al seguito del marito, resident engineer in Germania, si è quasi definitamente perduto.
Se non fosse stato così tremendamente faticoso, sarebbe stato anche comico: cercare di raccontarsi anni di crescita delle figlie, i nuovi lavori dei mariti, la situazione del dopo terremoto con un vocabolario di poche centinaia di parole. Per fortuna le foto (avete mai visto un giapponese senza macchina fotografica? appunto) sono venute in aiuto là dove la parola mancava.
In compenso, eravamo al tavolo con una Hakiko, una Hamiko, una Kimiko, una Hemiko. E quando hanno chiesto il nome di G. hanno esclamato in coro "Gianni Schicchi!", intonando subito dopo "O mio babbino caro", seguite dalle amiche del tavolo a fianco.
E comunque è vero: la ritualità è cosa loro. A partire dall'ossessione maniacale con cui la responsabile del gruppo dirottava i camerieri subito al tavolo del Direttore d'orchestra, alla sequenza di discorsi di ringraziamento che si sono susseguiti per tutta la serata, in un crescendo di rango.
Noi, come i pinguini di Madagascar, abbiamo sorriso e annuito per tutto il tempo. Ci siamo inchinati tutte le volte che ci voleva e forse qualcuna in più. Ci siamo profusi in duemila Arigato e Domo Arigato. Abbiamo posato in tutte le foto in cui siamo stati richiesti e ci siamo prodotti diligentemente nel Sanbon Jime, come fossimo nativi di Osaka.
Cosa chiederci di più?
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