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giovedì 20 febbraio 2014

Quella Provincia che han Dovuto Inventare

Ha cinque anni di vita, la provincia di Monza e della Brianza. Quell'MB sulle targhe che non so bene quanto abbiamo imparato a conoscere, salvo dimenticarcelo già da quest'anno, quando tutto dovrebbe finire nella grande area metropolitana.
Fatt'è che per chi come me è nato e cresciuto ben prima che persino la provincia di Lodi esistesse come tale, MB è sempre suonato come un posticcio, un tributo pagato ai signori con il fazzoletto verde nel taschino, che a loro volta dovevano scovare un modo per ringalluzzire i sciuri Brambilla con le loro fabbrichette (la e larghissima, mi raccomando) e le loro arie da lavoro, guadagno, pago e pretendo.
I bauscia, in altre parole.
Anzi, i bauscia brianzoli.
Quelli di Arcore, di Lissone, di Montevecchia (buoni i formaggi!), di Verderio.
Di Ornago.


Già, quella Ornago in cui è ambientato l'ultimo film di Gabriele Paolo Virzì, Il capitale umano, per il quale tanto si sono arrabbiati sempre i soliti signori con i fazzoletti verdi nel taschino, tanto da presentare denuncia non so bene in nome di chi o cosa.
Perché Fabrizio Bentivoglio, nei panni di Dino Ossola, è davvero un bauscia brianzolo della peggiore specie. Un paninaro mal uscito dai suoi anni e con l'ansia dello status sociale e dei danee che solo i parvenu riescono così bene a incarnare.
Apparentemente meno bauscia, ma uscito dalla stessa scuola del guadagno facile è l'altro Fabrizio, Gifuni, che nel film interpreta Il Bernaschi, affarista senza troppi scrupoli. Il classico tipo con villona in collina, la piscina, il tennis, i camerieri.
E poi ci sono le mogli, i figli, i soci, i vorrei ma non posso, i potrei ma non voglio.
Sì, è vero, Il capitale umano rappresenta uno spaccato raccapricciante della nostra società non necessariamente riscontrabile solo ed esclusivamente in Brianza.
Ma sicuramente molto ben rappresentabile con il normo-tipo del brianzolo, quello che anni di film e filmetti (da Ragazzi della Terza C ai cinepanettoni di vanziniana memoria) hanno dipinto con dovizia di dettagli.
A metterle tutte insieme, le figure maschili non ne fanno una buona.
Si salvano di più le donne. Forse perché amano, e non solo se stesse. Forse perché i loro valori non sono solo quelli economici. Forse perché quando capiscono,danno chiamare le cose con il loro nome. Come Valeria Bruni Tedeschi, moglie del Bernaschi, nell'ultima scena del film: "Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto”.
Bello, nonostante il tanto (tantotantotantotantotanto) fastidio per alcuni personaggi.

venerdì 24 gennaio 2014

Della poetica del Moccio e delle Zie in gamba

Titolo criptico, ma non trovavo di meglio per riassumere il cineforum di ieri. Ecco.

Diciamolo subito: 180 minuti (179 dice la sinossi) non sono pochi. Per un film francese, molto nei canoni della filmografia francese, sono decisamente tanti.
Eppure si reggono bene, nonostante le sedie scomode del cineforum, nonostante la pesante giornata di lavoro alle spalle.
Perché il film La vita di Adele, del regista tunisino Abdellatif Kechiche, è un bel film e ha non immeritatamente vinto la Palma d'Oro a Cannes grazie anche e soprattutto alle due protagoniste Adèle Exarchopoulos, nel ruolo di Adele e Léa Seydoux in quello di Emma. Loro sono il film.



Nonostante quel che si legge in giro, La vita di Adele non è un film sull'omosessualità. Anche se la storia di snoda lungo il rapporto d'amore delle due protagoniste. Anche se non mancano scene esplicite e indugianti tra di loro. Anche se di passione carnale si tratta.
Se vogliamo è un film che racconta un percorso di vita di una ragazza, Adele, alla scoperta di se stessa.
Una Adele quasi ingorda, e non solo di vita, quando entra in scena appena diciassettenne.
Così vitale che non si può non vedervi ritratti i nostri figli (per me che son femmine, a maggior ragione), con la loro fame, la loro goffaggine, i loro pianti, le loro risate a gola piena.
Poi c'è la scoperta della sessualità, la scelta, l'imbarazzo, la crescita, la maturazione, l'inganno, la perdita, la disperazione, l'annichilimento.
C'è la scoperta di quel che significa diventare grandi, incluse le scelte che non consentono di tornare indietro.
Ci sono tante lacrime, in questo film, soprattutto nell'ultima parte. E in un film girato tutto sui primi piani, le lacrime sono quelle che disfano i lineamenti, gonfiano gli occhi, impiastricciano la faccia di pianto e di muco.
Senza togliere un grammo alla bellezza di quei volti
Adele è meravigliosa e Léa, dopo Bastardi senza gloria e dopo quell'adorabile apparizione nella pubblicità di Prada Candy (del resto il regista in questo caso era Wes Anderson) è una conferma.
Promosso.

E cosa c'entra la zia?
C'entra c'entra.
Perché mia zia (alla soglia degli 81 anni) è un'altra assidua frequentatrice del cineforum, insieme a tre sue amiche, e questa volta era seduta dietro di noi. Alla fine del film, ho osato chiederle un parere, un po' timorosa viste le tre scene centrali non proprio pudiche.
Bello, mi ha detto, un po' lunghino ma bello. Poi, dopo una pausa studiata... Un po' scostumatelle eh!

giovedì 16 gennaio 2014

Spigolature al volo

Bello il Doodle di Google di oggi che ricorda Dian Fossey. Perché la sua storia è di quelle che ti affascinano fin da ragazzina, quando ancora hai voglia di fare l'esploratrice, di salvare la natura, di proteggere il mondo e un po' ci credi pure.


Questa sera parte il nuovo ciclo del cineforum (il primo si è concluso la scorsa settimana). Si ricomincia con Woody Allen. Grandi aspettative, almeno da parte mia.

venerdì 15 novembre 2013

La Grande Bellezza

Non so chi - se dovesse passare da queste parti uno dei blogamici cinefili sappiate che questa è una richiesta di aiuto - dicesse che per fare un film di successo sia sufficiente inserirci dei bambini. O dei cani. O dei bambini e dei cani insieme.
Ora, nel film di ieri sera al cineforum, Anni Felici di Daniele Lucchetti, di cani non ce ne erano. E non ce ne potevano essere ("perché ci si affeziona e poi si soffre quando muoiono") Ma bambini sì. Due in particolare e in un ruolo non certo secondario.
Samuel Garofalo, nel ruolo di Dario, e Niccolò Calvagna, nel ruolo di Paolo vanno oltre qualsiasi stereotipo infantile nel cinema e sono così sorprendentemente in parte che si fa quasi fatica a crederlo.
Comprimari di Guido e Serena, Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti, disegnano un ritratto non agiografico di una famiglia in trasformazione in un mondo in trasformazione.
Un mondo di arte concettuale e di performance d'autore, un mondo, anzi, un momento, nel quale il divorzio è appena stato approvato, un mondo in cui c'erano le cineprese Super-8 e i collettivi femministi.
Un mondo in cui quando l'uomo tradisce non è una storia seria, ma quando lo fa lei diventa qualcosa di importante.
Un mondo in cui i figli chiamano per nome i genitori e nel quale l'assenza diventa, nel finale, presenza.
Non male, davvero, sebbene a tratti lentino.
Imbarazzantemente belli i protagonisti.


venerdì 8 novembre 2013

Rivelazioni


Se avessi dato retta al mio istinto, o per essere più sincera alla mia stanchezza, io al cineforum questa sera non ci sarei andata.
Per una mera questione di pigrizia e voglia di copertina.
E se avessi dato retta al mio istinto, io adesso sarei qui a dispiacermi per aver perso quello che la critica definisce "La rivelazione dell'ultimo Festival di Cannes" o anche "Un western di mafia e d'amore". Sulla sinossi, invece, si parla di film "onirico", tanto per rendere l'idea.
Ma io al cinema questa sera ci sono stata. Perché so che se comincio a bigiare ogni giovedì ho l'alibi pronto. Perché comunque avevo voglia di vedere le mie amiche. 
E adesso, con cognizione di causa, posso dire che "Salvo", di Salvatore Grassadonia, mi ha annoiato mortalmente. E forse sono io che tutta questa autoralità non la colgo, però il western di mafia proprio non è che l'ho visto, a meno che basti la polvere arida sollevata dal vento in una brulla vallata a teletrasportare l'aspettatore nel Nevada.
"Un film su due cecità", pare sia la definizione del regista: una fisica e una morale. Si vero. Però declinato in una lentezza soporifera, più che onirica.
Con l'aggravante della colonna sonora, a cura dei Modà.
E ho detto tutto.

venerdì 1 novembre 2013

C'era una volta la Formula 1

Dio benedica il cineforum, soprattutto quando il cineforum significa, come questa sera, Rush, il film di Ron Howard che racconta la storia di due uomini, James Hunt e Niki Lauda e attraverso la loro storia racconta anche quella di un mondo che sembra lontano anni luce da noi. Quello della Formula 1 degli Anni Settanta.


Bello, guascone, donnaiolo inveterato James Hunt, è il contraltare - ma in fondo anche il complemento - ideale del freddo, rigoroso, tecnicissimo e in fondo anche un po' stronzo Lauda.
E c'è tanta umanità in un film che racconta un mondo dominato dalle macchine, che uno non se l'aspetta. Come, del resto, non mi aspettavo di essere catapultata indietro nel tempo, a ricordare le morti tragiche di Villeneuve, di Ayrton Senna, l'incidente del Nürburgring, ma anche quelle domeniche di settembre sul prato a Monza.
Sono anni che alle gare non ci vado più, in fondo non son mai riuscita ad appassionarmi davvero, però mi è capitato spesso di andare alle prove, assistendo dal paddock e dai box.
E mi son resa conto di come sia cambiato questo mondo, di quanto la tecnologia abbia portato in termini di sicurezza, forse togliendo spazio all'umanità e alla personalità del pilota.
Nel film Lauda ripete due volte che il 20 per cento è il tasso massimo di rischio mortale che il pilota può portare in gara. Credo che si sia notevolmente ridotto in questi anni, e per fortuna. '
Anche se adesso sono sonde e computer che mantengono le gomme alla giusta temperatura e non c'è nessuno che sotto il sole del Brasile le raffredda con badilate di ghiaccio.
Spettacolari le riprese, intelligente la regia, meravigliosi sia Daniel Brühl nel ruolo di Niki Lauda, sia Chris Hemsworth nella parte di Hunt, bello e dannato come una rockstar dalla breve parabola. E infatti...
Va bene. C'è anche Pierfrancesco Favino, che interpreta Clay Regazzoni. Ma lui a me piace.


domenica 27 ottobre 2013

Intrepida[mente]

L'inizio del cineforum, ritardato per ennemila motivi che è lungo star qui a spiegare, segna comunque l'inizio ufficiale dell'autunno-inverno.
Stessa sala, stesse amiche, cambio giorno per motivi organizzativi nostri, con quest'ansia crescente da passaggio al digitale che mi rendo conto disturba non poco chi deve farlo funzionare, il cineforum.
L'esordio è autorale, con L'Intrepido di Gianni Amelio con Antonio Albanese, un titolo che di primo acchito mi ha fatto pensare ai fumetti [da me poco praticati, con un padre e un fratello rigorosamente ancorati a Tex].
Non ne sono uscita convintissima, anche se Albanese è perfetto nel ruolo, anche se Gabriele Rendina è una scoperta, anche se tutta quella Milano raccontata nel film la conosco, la vivo, la ritrovo. Inclusa quella faccenda del Bosco Verticale che mi lascia perplessa, che più perplessa non si può.
Comunque il film alterna momenti struggenti (il primo dialogo tra padre e figlio, quello in cui il figlio regala i calzini al padre) a momenti più stanchi. Una sorta di pencolamento precario, che poi è il tema stesso del film, posto che il precariato di cui si parla non è semplicemente o linearmente quello lavorativo, ma molto più interiormente un precariato di vita.
Forse un po' troppo buonista, soprattutto in certi passaggi chiave, che rischia di perdere di credibilità. Però il finale è un po' come quello delle favole. E alla fine uno esce dalla sala dicendosi che in fondo va bene così.


mercoledì 16 ottobre 2013

Un mercoledì da leoni [+ o -]

Non c'è paragone tra la corrente di amore che in questi giorni sta accompagnando dentro e fuori la Rete (quella con la R maiuscola) il saluto terreno a un uomo che sapeva davvero sorridere con il cuore e tutto quanto si sta invece muovendo dopo la morte di chi si è sempre sottratto alle sue responsabilità, negandole, e oggi nessuno vuole.
E nella mia ingenuità, mi piace pensare che entrambi riescano a capire cosa sta succedendo qui, e sorrida, l'uno, del bene che ha lasciato e che oggi abbraccia la sua famiglia, e l'altro senta il disprezzo di chi non può, né vuole, dimenticare. 


Sfogo concluso, giuro.
Anche se domani mi tocca il passaggio più difficile, lavorativamente parlando, di questa settimana, per lo meno lo so che partirò col piglio giusto.
In primo luogo perché oggi ho firmato il contratto, assicurandomi (compatibilmente con i chiari di luna attuali) altri 365 giorni di continuità lavorativa. Non che fossi in ansia, ecco, però adesso sono più tranquilla. E comunque ha premiato proprio il don't panic che mi sono imposta. Ho accuratamente evitato di pensare, di ricordarmi, di appuntarmi la scadenza imminente, scegliendo di fidarmi di chi stava seguendo la cosa. E ha funzionato. Per fortuna.
E poi, ed è questo il secondo motivo di ottimismo, settimana prossima ricomincia il cineforum. Che io lo so che tra passaggio al digitale, e difficoltà nel lavorare con il Comune la questione non è stata semplice. Però mi mancava. E in fondo sì, qui l'ansia l'avevo che potesse non andare in porto o che potesse passare in mano a qualcun altro diverso da chi ha lavorato negli ultimi anni.
E invece ala fine si parte.
Il programma pare sia ancora top secret, ma qui si compra a scatola chiusa.
Da quel poco che son riuscita a intuire si parte con Albanese, per poi passare a Rush. Gloria e Bling Ring sono in cartellone, questo lo so. Quando, chissà.

Quindi domani ce la posso fare.
Ho detto.

venerdì 19 luglio 2013

E So SoddisfaZZZioni

Alla fine, senza cadere nel semplicismo alla Delerm, la felicità è fatta di piccole cose.
Cioè, non è che uno deve andare a Houston tutte le settimane o vedersi un concerto di Lenny Kravitz ogni quindici giorni per stabilire che alla fine non è stata nemmeno troppo orribile, questa settimana.
A rendermela più che sopportabile sono stati due esami brillantemente passati dalle due universitarie di casa (che dopo tre settimane di isterismi alla non-ce-la-posso-fare è comunque una gran cosa), un piacevolissimo aperitivo con colleghi e concorrenti (di quelli in cui si spettegola a ruota libera e sai che c'è soddisfazione anche in questo) e un film "positivizzante" al cineforum, il penultimo prima della ripresa autunnale.



Il film è Il Figlio dell'altra, di Lorraine Lévy, e rivisita, in una chiave storico-politica particolare, la classica storia dello scambio in culla.
Sintesi estrema: cosa succederebbe se in una notte di combattimento, in un ospedale venissero scambiate due incubatrici, così che, cessato l'allarme, a una mamma israeliana venisse consegnato il bambino partorito da una donna palestinese, lasciando a quest'ultima un piccolo ebreo?
Lo scambio viene scoperto quando i due ragazzi stanno per compiere 18 anni e il giovane Joseph si presenta alla visita militare obbligatoria. Un gruppo sanguigno incompatibile è il fattore scatenante che porta alla sconvolgente scoperta: Joseph è Yacine e Yacine è Joseph.
Il tema è tutt'altro che leggero e l'assurdità della situazione arriva al paradosso, soprattutto tra persone da sempre abituate a considerarsi nemiche.
E mentre le madri giganteggiano (va bene, il film è di mano femminile), tutti i protagonisti maschili si dibattono nel mare di incertezza e di privazione di identità nel quale sono piombati d'un tratto.
Ora, lo so perfettamente che il film è buonista e il finale aperto non è che lo spiraglio su una purtroppo irrealistica speranza, però è un film che fa anche bene.
Intense e commoventi le due madri. Belli i due ragazzi. Combattuti i padri.


giovedì 27 giugno 2013

Ciò che rende bella la vita - Il Cinema



Sempre andata al cinema, io. Per altro sempre andata con una sorta di ritualità che rendeva prezioso il momento, al di là del passatempo. Da bambina, ad esempio, mi ricordo che mio zio portava me, mio fratello e i miei cugini al cinema il pomeriggio della vigilia di Natale, così da rendere meno ansiosa la nostra attesa (e probabilmente lasciare campo libero a genitori e nonni di allestire in modo adeguato le sorprese che ci attendevano. Ma questo l'ho capito molto più tardi, come al solito). Incauto, un anno ci portò a vedere Bambi e tale fu ila mia disperazione alla morte della mamma, che mi dovette portare fuori per farmi calmare. Di quelle vigilie lì mi ricordo ancora Biancaneve, con l'orribile strega a tutto schermo, che rivederla in Vhs sembrava quasi innocua, e il Maggiolino tutto matto, con noi bambini a strillare facendo il tifo per Herbie.

Poi sono arrivati gli anni dei cineforum. Quelli seri, voglio dire. Che magari non avranno messo in programmazione La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn ma tutta la filmografia di Andrzej Wajda  sì, con l'abbinata Uomo di Marmo e Uomo di Ferro proposta in sequenza e Il Tamburo di Latta di Schlöndorff a seguire. Un chiodo nella rotula avrebbe fatto meno male. Come non mi sia disinnamorata del cinema in quella fase lì me lo domando tuttora.
Però in quegli anni c'erano anche i cinemini della domenica, quelli che il film in programmazione era quasi un optional, perché fondamentale era l'intimità del buio in sala. Machevelodicoafare? Ci siamo passati tutti da quella fase lì.

Con le figlie siamo entrati inevitabilmente nel loop dei cartoni animati e delle saghe. Di nuovo la ritualità del film Disney dell'anno, del film Pixar della stagione, dell'Harry Potter 1-2-3-4-5-6-7a-7b e di tutti i Signori degli Anelli, nessuno escluso. Sempre con gli amici, sempre con quel fare celebrativo che rende comunque il cinema un'esperienza.
Mentre a casa, grazie al VHS prima e al Dvd poi, si scoprivano la magia di Miyazaki o la sottile ironia di Sylvain Chomet con le sue Triplettes de Belleville.

Da qualche anno il cinema ha assunto un'ulteriore dimensione: quella delle uscite con le amiche. Dopo esserci martirizzate per qualche anno con la piscina del mercoledì, nazi-trainer inclusa, del tutto incurante del fatto che il nostro approdare in acqua alle nove di sera presupponeva una giornata di lavoro alle spalle e una famiglia lasciata nel tepore della cena, abbiamo deciso che non avevamo peccati così gravi da espiare. Così abbiamo senza rimpianti sostituito le vasche serali con il cineforum settimanale, con evidenti vantaggi per il nostro spirito, la nostra mente, la nostra voglia di socialità.
Nella nostra città i cinema sono spariti da anni ormai, sostituiti dai multisala alle uscite delle tangenziali, per questo il cineforum si tiene in auditorium, su poltroncine non del tutto comode, senza aria condizionata e neppure pop corn alle casse. Però è strapieno in tutte e tre le serate della programmazione settimanale. Un significato ci sarà no?
La programmazione, rispetto ai vecchi cineforum della mia adolescenza, è recente, anzi recentissima, visto che ci siamo già gustate Django o La Grande Bellezza. I gestori del cineforum sono persone in gambissima e alla fine è una pausa infrasettimanale che a me fa bene: vedo le amiche, vado al cinema, incontro tutta una pletora di amici e conoscenti iscritti nelle mie stesse serate, il tutto a un prezzo talmente ridicolo che non ho nemmeno rimpianti quando il lavoro o la stanchezza mi fanno saltare qualche visione. Che volere di più?

p.s. un paio di video io qui ve li lascio. perché secondo me se non li avete mai visti, beh, secondo me potreste anche cercarli. in dvd ci sono.






venerdì 14 giugno 2013

In Da House

Il cineforum estivo continua a riprendere qualche chicca della primavera persa per ovvi ed evidenti motivi di selezione.
Così ieri sera ci è toccato Dans La Maison di François Ozon, correttamente tradotto in italiano con Nella Casa.
Se non l'avessi saputo prima (ma è giusto leggere prima le sinossi?) avrei comunque capito che la dimensione teatrale è la cifra di questo film che si svolge tutto in pochi e ben delineati ambienti: l'aula, il corridoio, la galleria d'arte, la cucina e poi lei, la casa del titolo.
C'è della perfida ferocia nel modo in cui Ozon racconta il voyeurismo piccolo borghese, la miseria culturale, ma anche la voglia e il desiderio di manipolare ed essere manipolati, tanto che fino alla fine non si sa se sia il professore a guidare l'allievo (pardon, l'apprendente) o viceversa.
E in più quel tema di fondo, sul rapporto speciale che lega l'autore e il lettore che resta lì a stuzzicare il pensiero.
[ “In ogni momento il lettore deve chiedersi: ed ora… cosa accade ora?” ]
Un po' lento, a tratti, alla fine riesce anche a sembrare un thriller.
Brava, brava, brava Kirstin Scott Thomas, ma Ernst Umhauer, che nel film impersona Claude, è semplicemente perfetto. Perfidamente perfetto.

Tutti hanno bisogno di qualcuno che racconti una storia ]


venerdì 3 maggio 2013

Inghilterra batte Spagna [e non parlo di Mourinho]



Due-film-due questa settimana. Eventone. Uno al cineforum, l'altro un recupero in tv in una delle rare sere che la programmazione ammannisce qualcosa di commestibile.

Al cineforum questa era la settimana dell'ultimo Almodóvar, Gli Amanti Passeggeri.
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[tra i puntini ci vanno i tap tap delle dita che tamburellano]
Ecco, mi sono già bloccata e non è la sindrome del foglio bianco.
E' che mi ha lasciata un po' perplessa. Perché, lui, Pedro, questa volta se la gioca facile, con la ricerca di una comicità un po' sbracata che vuol forse fare il verso a quei suoi primi indimenticabili film, ma in fondo arriva fuori tempo massimo. E' un film quasi caricaturale, fino a diventar stucchevole. Poi, per carità, qualche risata arriva anche, ma alla fine quel che resta è un po' pochino, soprattutto perché il messaggio di critica sociale, con la Spagna in crisi di sottofondo, a me è arrivato perché me l'han detto all'inizio del film, non perché io sia stata così perspicace da coglierlo.
Ma poi c'era davvero?



Il secondo film è un recupero. E partirei dal titolo. Perché quando era uscito avevo visto distrattamente i cartelloni in giro per Milano e naturalmente ero caduta nell'equivoco della pochade. Voluto, credo. Perché mi rendo conto che forse Made in Dagenham ha un valore evocativo diverso per un italiano rispetto a un inglese, tuttavia il We want sex, con quell'ipocrita (equality) messo tra parentesi, ha tutta l'aria dello specchietto per le allodole, pardon per gli allocchi.
Comunque sia il film carino e vale una serata sul divano. Televisivo quanto basta, buonista quanto basta, ha comunque il pregio di raccontare con garbo (ah come amo questa parola!) un pezzo di storia. Anzi, un momento di svolta nella storia delle donne.
E trasmesso proprio la sera del 1° maggio ha avuto il pregio di ricordare che le lotte per il lavoro sono state anche queste.
Il regista è lo stesso de L'erba di Grace e lo stile resta proprio lo stesso.
Un plauso, infine, non posso non darlo alla ricerca degli abiti e alle cofane delle protagoniste. Imperdibili.



domenica 31 marzo 2013

Iperboli


Visto che martedì non è così lontano, è il caso che recuperi i due film delle settimane precedenti, altrimenti il mio proposito di tenerne traccia va definitivamente a farsi benedire.
 Benché siano due film diversissimi, di due registi diversissimi, che raccontano storie diversissime, con attori diversissimi, c'è, a parer mio, un filo sottile che li lega.
L'iperbole.
Perché tanto La parte degli angeli, di Ken Loach, quanto Djiango Unchained (sì, l'ho visto finalmente) di Quentin Tarantino, si snodano lungo il filo dell'assurdo e dell'iperbole, dell'irreale e dell'irrealistico, con un bel fondo di uncorrectness che non si può non amare.
Poi si ride.
In entrambi i film.
Ed è un riso liberatorio. Di chi si siede al cinema e semplicemente gode della bravura di chi il cinema lo sa fare davvero.
Poi ci possono stare tutte le elucubrazioni, su quanto la leggerezza dei ladri di whisky (NON whiskey, sia chiaro) tolga il peso della denuncia sociale, o quanto il grandguignolesco Django stia al di sotto della genialità dei Bastards o dell'originalità di Kill Bill (il primo, ovvio).
Il fatto è che io mi sono divertita. Ed entrambi sarei già pronta a rivederli.
Soprattutto Django, perché ci sono quelle infinite citazioni che io ancora mica mi son studiata.


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E poi c'è la morte di Jannacci. Che in questa Pasqua grigia sembra che la pioggia sia scesa a salutarlo.
Ed è difficile scegliere un solo brano a fare da bookmark.
Adesso mi viene in mente questo, perché mi sembra la summa del suo lavoro: la musica, l'ironia, la milanesità e quella tremenda attualità che fa dimentica i 29 anni trascorsi da quando fu composto.