domenica 30 giugno 2013

Ciò che Rende Bella la Vita - L'amore e Ciò che è speciale per me

Per chiudere questo mese davvero speciale mi basterebbe una sola cosa.
Un accento.
Un semplice, piccolo accento.
Per cambiare il senso a una frase.
Per dare senso a una frase.


L'amore e Ciò che è speciale per me

Va bene. Come ho già fatto qualche volta in questo mese, stavo puntando alla mossa del due in uno. Nemmeno fossi un corso Cepu. Però stavolta la scusa ce l'ho più valida. Ieri era il mio compleanno e il pc l'ho proprio trascurato. Non che abbia fatto chissà che cosa. Anzi, In realtà è stato un sabato qualunque, tra spesa, commissioni, taxi per le figlie e di nuovo lo spettacolo teatrale di una delle ragazze, con quella meraviglia di donna che è Chiara Vigo. Però mi sono celebrata un po' anche io e alla fine mi sono autoesentata dal post.
Così stamane li ho messi uno accanto all'altro.

L'amore + Ciò che è speciale per me. 
L'amore e ciò che è speciale per me.
L'amore è ciò che è speciale per me. 

Ecco la chiave. È. È.Perché c'è amore in tutto ciò che noi viviamo come speciale. Quell'amore universale, che va oltre il te e l'altro. Quello che non chiede di essere ricambiato. Perché ti riempie da solo il cuore.
Come un libro che leggi in una pigra domenica estiva. Come un dolce che cuoce nel forno. Una passeggiata con gli amici. Una musica. Un mano da stringere. Un calcio al pallone. Un abbraccio stretto.
Come quello che voglio dare a tutte e a tutti coloro che hanno giocato in queste settimane. E uno un po' più forte a Ody che ha dato vita a tutto quanto.

sabato 29 giugno 2013

Ciò che rende bella la Vita - Natura



Guerrilla Knitting in un vecchio cortile...

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Questa sera ho conosciuto una Maestra di Bisso. Anzi. L'unica Maestra di Bisso ancora in attività. Chiara Vigo. Chiara ci ha raccontato la storia di questo filo prezioso, che viene dal mare, che non si vende né si compra, tantomeno si può usare per arricchimento personale, che è di tutti, come il mare e che da un giuramento d'acqua nasce.
La storia di Chiara potete leggerla qui. 
Ed è quasi una magia.



giovedì 27 giugno 2013

Ciò che rende bella la vita - La Lingua





La notizia di oggi, riportata sia dal buon Gramellini su La Stampa, sia da Repubblica, (per tacer di Grillo che ne ha montato come è suo solito un caso o della Lega che non ha perso l'occasione per l'ennesima crociata anti rom e anti immigrati) ha come protagonista una insegnante di lettere, attualmente membro di una commissione per gli esami di maturità, che racconta, in una lettera aperta inviata evidentemente a tutti i giornali, di aver ricevuto una telefonata dal genitore di un brillante studente il quale chiede la bocciatura per il suo figliolo perché, in virtù della nuova legge sul lavoro, con la promozione e il conseguente diploma verrebbe a perdere il prerequisito di assunzione nella pizzeria nella quale attualmente lavora in nero.

Ora, non è tanto la richiesta del genitore quella che mi lascia perplessa, ma la reazione dell'insegnante che si prende sì la briga di mandare a chiunque la sua missiva, ma non si perita di controllare il testo pubblicato sul sito ufficiale del Governo che testualmente cita: 

Incentivi per nuove assunzioni a tempo indeterminato Vengono stanziati 794 milioni di euro nel quadriennio 2013-2016 (500 milioni per le regioni del Mezzogiorno, 294 milioni per le restanti) per incentivare l’assunzione di lavoratori in età compresa tra i 18 e i 29 anni e che godano di almeno una di queste condizioni: 
a) Siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; 
b) Siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale; 
c) Siano lavoratori che vivono da soli con una o più persone a carico.


Poiché l'italiano non è una opinione, quell'almeno una inserito nel testo ha un significato ben preciso. Così, semplicemente facendo attenzione ai termini esatti, l'insegnante avrebbe potuto rispondere che nessuna condizione sarebbe decaduta con il diploma, si sarebbe risparmiata un mail bombing inutile e avrebbe evitato una marea di altrettanto inutili commenti, vieppiù inviperiti, sui social network.

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Una bella mattina, invece di cominciare a lavorare, mi misi a compilare una lista:
Come dire/Voglio dire/Di tutto, di più/ Non me ne può fregare di meno/Non dimentichiamoci che/Vero è/Altro è/Quello che è/X piuttosto che Y piuttosto che K/In automatico/Non se ne può più/Non solo (nelle insegne dei negozi: "Non solo pizza"..."Non solo scarpe"...)/Un Lucano! (In risposta alla domanda "Cosa vuoi di più dalla vita?)...
[Stefano Bartezzaghi - Non se ne può più] -
Questo lo consiglio.

Ciò che rende bella la vita - Il Cinema



Sempre andata al cinema, io. Per altro sempre andata con una sorta di ritualità che rendeva prezioso il momento, al di là del passatempo. Da bambina, ad esempio, mi ricordo che mio zio portava me, mio fratello e i miei cugini al cinema il pomeriggio della vigilia di Natale, così da rendere meno ansiosa la nostra attesa (e probabilmente lasciare campo libero a genitori e nonni di allestire in modo adeguato le sorprese che ci attendevano. Ma questo l'ho capito molto più tardi, come al solito). Incauto, un anno ci portò a vedere Bambi e tale fu ila mia disperazione alla morte della mamma, che mi dovette portare fuori per farmi calmare. Di quelle vigilie lì mi ricordo ancora Biancaneve, con l'orribile strega a tutto schermo, che rivederla in Vhs sembrava quasi innocua, e il Maggiolino tutto matto, con noi bambini a strillare facendo il tifo per Herbie.

Poi sono arrivati gli anni dei cineforum. Quelli seri, voglio dire. Che magari non avranno messo in programmazione La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn ma tutta la filmografia di Andrzej Wajda  sì, con l'abbinata Uomo di Marmo e Uomo di Ferro proposta in sequenza e Il Tamburo di Latta di Schlöndorff a seguire. Un chiodo nella rotula avrebbe fatto meno male. Come non mi sia disinnamorata del cinema in quella fase lì me lo domando tuttora.
Però in quegli anni c'erano anche i cinemini della domenica, quelli che il film in programmazione era quasi un optional, perché fondamentale era l'intimità del buio in sala. Machevelodicoafare? Ci siamo passati tutti da quella fase lì.

Con le figlie siamo entrati inevitabilmente nel loop dei cartoni animati e delle saghe. Di nuovo la ritualità del film Disney dell'anno, del film Pixar della stagione, dell'Harry Potter 1-2-3-4-5-6-7a-7b e di tutti i Signori degli Anelli, nessuno escluso. Sempre con gli amici, sempre con quel fare celebrativo che rende comunque il cinema un'esperienza.
Mentre a casa, grazie al VHS prima e al Dvd poi, si scoprivano la magia di Miyazaki o la sottile ironia di Sylvain Chomet con le sue Triplettes de Belleville.

Da qualche anno il cinema ha assunto un'ulteriore dimensione: quella delle uscite con le amiche. Dopo esserci martirizzate per qualche anno con la piscina del mercoledì, nazi-trainer inclusa, del tutto incurante del fatto che il nostro approdare in acqua alle nove di sera presupponeva una giornata di lavoro alle spalle e una famiglia lasciata nel tepore della cena, abbiamo deciso che non avevamo peccati così gravi da espiare. Così abbiamo senza rimpianti sostituito le vasche serali con il cineforum settimanale, con evidenti vantaggi per il nostro spirito, la nostra mente, la nostra voglia di socialità.
Nella nostra città i cinema sono spariti da anni ormai, sostituiti dai multisala alle uscite delle tangenziali, per questo il cineforum si tiene in auditorium, su poltroncine non del tutto comode, senza aria condizionata e neppure pop corn alle casse. Però è strapieno in tutte e tre le serate della programmazione settimanale. Un significato ci sarà no?
La programmazione, rispetto ai vecchi cineforum della mia adolescenza, è recente, anzi recentissima, visto che ci siamo già gustate Django o La Grande Bellezza. I gestori del cineforum sono persone in gambissima e alla fine è una pausa infrasettimanale che a me fa bene: vedo le amiche, vado al cinema, incontro tutta una pletora di amici e conoscenti iscritti nelle mie stesse serate, il tutto a un prezzo talmente ridicolo che non ho nemmeno rimpianti quando il lavoro o la stanchezza mi fanno saltare qualche visione. Che volere di più?

p.s. un paio di video io qui ve li lascio. perché secondo me se non li avete mai visti, beh, secondo me potreste anche cercarli. in dvd ci sono.






mercoledì 26 giugno 2013

Ciò che rende bella la vita - Musica


Credo di avere ricordi musicali fin dalla mia primissima infanzia. Ricordi che includono le canzoni popolari che sentivo da mio padre e le voci di mia madre e mio padre che cantavano piano in macchina, di notte, durante i nostri lunghi viaggi estivi, quando pensavano che io e mio fratello ci fossimo ormai addormentati sul sedile posteriore.
Mi ricordo i primi 45 giri nel mangiadischi Geloso e la radio. Tanta radio, ancora prima che arrivassero le prime radio libere.
La sera, nel mio letto, ascoltavo Popoff con Carlo Massarini. E l'ho capito dopo anni che non era proprio Popoff il titolo, come il cosacco dello Zecchino D'Oro, bensì Pop-Off. Beata ingenuità.
C'è però un aspetto, nel mio rapporto con la musica, che oggi mi stupisce molto: la transgenerazionalità, sempre che questo termine esista.
Io mi ricordo le sopracciglia alzate di mia madre quando mio fratello le faceva ascoltare Freak Antoni e le sue difficoltà a destreggiarsi tra Beatles e Rolling Stones, tra Doors e Yes, per tacer di Francesco Guccini e Claudio Lolli. Cose nuove, che ascoltava con attenzione, ma che erano comunque distanti anni luce da lei.
Con le mie figlie, invece, c'è una base comune di cultura musicale che ci porta ad ascoltare e amare le stesse canzoni. E' vero, ci unisce una grande passione per tutto quello che attiene alla sfera del rock, nel senso più esteso e generale del termine, però è altrettanto vero che nelle loro discografie i Guns & Roses trovano spazio accanto agli Avenged Sevenfold, i Clash stanno vicino ai Green Day, mentre tra Queen e Aerosmith fanno capolino i Franz Ferdinand.
Esattamente come nelle mie.
E quando l'altro giorno una di loro mi ha chiesto, "Mà, ma di quand'è Stairway to Heaven?", (di cui, per inciso, conosce a memoria parole e musica) ho realizzato che sono passati 42 anni dal 1971. E che quarant'anni prima dei miei sedici anni c'era il Trio Lescano. Non è proprio la stessa cosa.
E anche questo è un modo per sentirsi più vicini.


E a me questo video commuove un po'.

p.s. ho volutamente lasciato da parte ogni riflessione sulla musica classica, perché nel gruppo delle blogeuses so che c'è una super esperta. C'è anche quella nella mia discografia del cuore. 

martedì 25 giugno 2013

Pastiche, ovvero nel ho lasciati indietro tre



Facciamo che il tre per due, che in questo caso sarebbe addirittura un tre per uno, lo lascio fare al supermercato. Non vi rivelo che ne penso di sogni, donne ed arte e passo diretta al tema di oggi.
p.s. Sull'arte, poi, mi sento davvero inadeguata a scrivere. Per me l'arte è emozione. O c'è, oppure no. Semplice. (Credo)

venerdì 21 giugno 2013

Le Lettere e i Giorni - Viaggiare


Si, viaggiare. Oh si si si. Sisisisisisisisisisisisisisisisisisisisisi! Io son di quelle che inizia a viaggiare con la testa, prima ancora di aver stabilito il quando e il come.
La mia fortuna è quella di aver avuto dei genitori che hanno sempre amato la dimensione della scoperta e del bello. Così le nostre estati, se pur nella tradizione delle tre settimane di mare di un'epoca che ormai non c'è più, sono sempre trascorse in tappe intermedie alla scoperta di un luogo o di un altro. In Italia, rigorosamente. Ma che meraviglia. Io e mio fratello seduti dietro sulla Fulvia, con le gambe che si incollavano ai sedili e facevano straaaaaaap quando finalmente si scendeva dalla macchina!
Poi sono arrivati i viaggi con gli amici, le vacanze in Puglia, i giri a Firenze in campeggio libero, le notti in sacco a pelo davanti alla stazione di Venezia, con i vigili che ci venivano a svegliare all'alba perché la tolleranza finiva con i primi treni del mattino. Mi ricordo le notti a parlare con ragazzi di ogni parte del mondo, le chitarre, le sigarette, i baci scambiati. Fa tanto folklore, lo so. Ma lo ricordo con nostalgia.
E poi i lunghi periodi di studio all'estero. Di nuovo gli studentati multilingue e multietnici e ci si sentiva padroni di un mondo che non aveva confini.
I primi viaggi in coppia, con quel gusto di potersi permettere qualcosa di più, ora che i primi lavori portavano in tasca qualcosa, i viaggi in moto in Marocco, la Turchia girata in lungo e in largo.
E poi sono arrivate loro, le tre mostre.
E non ci siamo fermati.
Le abbiamo abituate fin da piccole a girare con noi e con i nostri amici per tutta l'Europa, a guardare oltre gli orizzonti di casa. E vorremmo che il mondo fosse meno stretto per loro.
Infine ci sono i miei viaggi di lavoro.
Tanti e belli.
E un po' solo miei. Dove riacquisto una dimensione individuale o individualista. E mi coccolo un po'.

P.S. Questa estate: Irlanda.
P.S.2 La Grande Assente? Trieste. Nonostante Magris, mannaggiammè. 

Yes, Summertime!

(e ventiquattro anni di matrimonio, ecco, l'ho detto)

giovedì 20 giugno 2013

Le lettere e i Giorni - Gatti


Le ultime parole famose. Io amo i cani. Io voglio un cane. Io vorrei un cane. Io avrei voluto un cane. Ma siamo troppo fuori casa per non farlo soffrire di solitudine. E se quando siamo via le figlie trovano rifugio a casa dei nonni, non avrei in alcun modo cuore di collocare da loro anche un quadrupede. Per cui niente cane. Anche perché a me piacciono grossi, i cani. Mica quelle taglie striminzite che Paris Hilton porta in borsetta. Un cane cane. Un cane canoso, tipo Nostromo di Ciorven in Vacanze all'Isola dei Gabbiani (e se non velo ricordate andate in castigo dietro la lavagna).
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Dicevo, mi piacciono i cani. Ecco. Allora qualcuno mi può spiegare perché sono stata adottata non da uno ma da due gatti? Se vogliamo essere precisi, in tutto sono quattro negli ultimi venti anni. Ma due alla volta.



Loro sono le bestie in foto. Gatti rossi, di strada, finti randagi che han deciso che in casa si sta più comodi. La manovra di accerchiamento è stata da manuale. Qualche girettino serale, lo strusciamento contro le gambe, la fame da lupi, le fusa, lo sguardo pietoso da orfani. Dai, se avete gatti lo sapete benissimo a cosa mi riferisco. C'è voluto poco, soprattutto con le figlie. Il granitico marito, quello che tuonava che lui i gatti mai, passa le sere con il più orfano dei due appollaiato sulle sue gambe come Simba sulla Rupe dei Re (mica devo spiegare anche questa vero?).
L'altro, quello più vecchio, ha conquistato uno spazio sul divano e soprattutto il suo posto sui miei piedi nel letto. Del resto ha un ruolo sociale indispensabile: viene a strusciarsi addosso esattamente cinque minuti prima che suoni la sveglia al mattino. Tranne il sabato e la domenica. Perché lui SA che non si deve disturbare in quei giorni.

mercoledì 19 giugno 2013

Le lettere e i Giorni - Moda




Cani, bambini, ubriachi e leggings non mentono mai. Sapevatelo.

Oggi mi sento lapidaria, per cui me la cavo con poco. Se però a qualcuno interessasse, posso dire che
no, non seguo la moda alla lettera, però è chiaro che non servendomi in sartoria, fogge e colori sono quelli che la stagione propone. E se vi ricordate le giacche con le spalle imbottite, i cerchietti e le scarpe a punta sapete cosa voglio dire. Amo il lino, che diventa quasi una divisa nella stagione estiva, declinato in gonne, abiti e pantaloni. D'inverno finisco per sposare il nero, sempre accompagnato da punti di colore nelle calze e nelle sciarpe. In ufficio ho lanciato l'"osa anche tu day", nel quale ci si presenta con le calze dei colori più improbabili. Gli uomini inorridiscono, ma almeno noi ci divertiamo. Non porto scarpe con tacco, ma adoro Alexander McQueen. Quando sarò ricca voglio regalarmi un set completo di Armadillo Shoes. Come fermalibri restano un'icona.

Volevo essere una Groupie

Va beh, si fa per dire. Però a me l'idea che quest'anno alla maturità sia uscito il mio personalissimo mito, Claudio Magris, riempie di felicità. E a chi brontola perché non è che tutti lo conoscano, Magris, io dico che il-triestino-che-io-adoro-e-con-il-quale-vorrei-tanto-bere-un-caffè-al-suo-tavolino-riservato-al-caffè-San-Marco non è stato scelto per il tema letterario, sul quale le scelte mi sembra siano più canoniche, ma per l'analisi del testo. Ed è un testo bellissimo, che prelude un libro ancora più bello. 



Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera,ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte. In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure suo. [Claudio Magris - L'infinito Viaggiare]

martedì 18 giugno 2013

Le Lettere e i Giorni - Lavoro / Me

In ritardo sul tema di ieri, sapete com'è... il lavoro, me la cavo di nuovo con due in uno.
Del resto, in tempi di spending review ci si arrangia come può.
Perdonatemi, suvvia.



In realtà, celie a parte, la questione per me si pone eccome tra il farci e l'esserci. Si fa il medico o lo si è? Si fa la maestra o la si è?
Nel mio caso io sento di essere ciò che faccio e a distanza di... quanti? boh, venticinque, ventisette anni dalla mia prima volta ancora oggi non riesco a immaginare un futuro diverso per me.
Eppure ci sono arrivata per caso. Non sono di quelle che il sacro fuoco se lo son sentite da bambine. Mai nemmeno scritto per il giornalino della scuola, tanto per capirci. In fondo cercavo solo un lavoretto che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre finivo l'università. E quel posto in quell'agenzia sembrava fatto su misura per me. Poche ore al mattino, in pieno centro a Milano, così che appena finito riuscivo a scappare a lezione o a lavorare sulla tesi.
Appena laureata, poi, me lo ricordo ancora quel colloquio presso la sede di uno dei più prestigiosi orafi italiani, con il selezionatore del personale che mi parlava di orari, mansioni, vincoli di riservatezza, e intanto mi chiedeva con insistenza "ma lei intende avere figli"? Non avevo ancora venticinque anni, all'epoca, che ne sapevo del mio futuro. Così risposi che se era un certificato di sterilità quello che mi stava chiedendo, non ero in grado di darglielo. E tornai in agenzia, dove il titolare - di questo glie ne sarò grata sempre - mi aspettava per offrirmi un contratto a tempo pieno. Un contratto che non aveva tirato fuori dal cassetto per lasciarmi libera di capire che cosa volevo davvero essere, non cosa volevo davvero fare.
In questi anni il mio lavoro mi ha portato in giro per il mondo, ma soprattutto mi ha permesso di conoscere un mondo di persone. E dopo anni è bello pensare, ogni volta che preparo la valigia, se incontrerò l'amico Tiger Man da Israele, o il collega sudafricano, che un po' scrive un po' produce il vino delle sue vigne, o ancora Paolo, di Toronto, con il padre italiano e comunista, che ogni volta mi domanda di Mr. B.
Certo, i tempi sono duri, e il mio/nostro lavoro è talmente cambiato che diventa sempre più difficile sostenerlo. Tra cattiva fama e salari da fame (come si fa, ditemelo, a pretendere di pagare 5 euro ad articolo, sperando di ricevere in cambio lavoro di qualità nel pieno rispetto di tutte le regole di controllo e verifica che la deontologia richiede? E come si fa, ditemi di nuovo, ad accettare questi compensi senza rendersi conto che comunque non ci si vive e che nel contempo si ammazza una professione?) siamo come i famosi avvocati incatenati in fondo al mare del film Philadelphia: un buon inizio. :)

domenica 16 giugno 2013

I Cibi di una Volta - Fegato / Pollo e Patate

Come dite? Che il fegato era il tema di ieri? Vi va bene, dai. Due al prezzo di uno. Anzi. Di una. Lettura, naturalmente.

Ieri ho avuto fegato. Ho invitato il padre delle mie figlie a venire con noi per una seduta di shopping intensivo con le donne di casa, necessaria per rimpannucciate le fanciulle in fiore, ora che l'estate è davvero arrivata. E lui ha avuto ancor più fegato di me, accettando l'invito.
Il risultato è che alla fine di un giro estenuante in cerca di calzoncini, magliette, costumini, l'unica che è tornata a casa a mani vuote sono stata io. Qualcosa non deve aver funzionato temo.

Ah non era questo il fegato cui si pensava?
L'altro mi piace in tutte le sue declinazioni, che sia alla veneta, con tante cipolla, che sia semplice al burro, o ancor meglio insieme ad altre interiora, cuore, polmoni, rognoni, in un piatto sicuramente povero ma succulento. E vogliamo parlare del paté di fegato e dei crostini di fegato alla toscana? Questa è l'unica declinazione accettata dalle mie figlie, però devo dire che non conosco quasi nessuno appassionato di fegato fin da bambino, per cui nutro ancora speranze.

Quanto al pollo con le patate, purché al forno e con tanti profumi, fa davvero festa. E il fatto che vada servito caldo appena tolto al forno ne fa un menù tipicamente domenicale.
Ma io oggi preparo la pasta con le melanzane, ed è ora che vada a friggerle!

venerdì 14 giugno 2013

In Da House

Il cineforum estivo continua a riprendere qualche chicca della primavera persa per ovvi ed evidenti motivi di selezione.
Così ieri sera ci è toccato Dans La Maison di François Ozon, correttamente tradotto in italiano con Nella Casa.
Se non l'avessi saputo prima (ma è giusto leggere prima le sinossi?) avrei comunque capito che la dimensione teatrale è la cifra di questo film che si svolge tutto in pochi e ben delineati ambienti: l'aula, il corridoio, la galleria d'arte, la cucina e poi lei, la casa del titolo.
C'è della perfida ferocia nel modo in cui Ozon racconta il voyeurismo piccolo borghese, la miseria culturale, ma anche la voglia e il desiderio di manipolare ed essere manipolati, tanto che fino alla fine non si sa se sia il professore a guidare l'allievo (pardon, l'apprendente) o viceversa.
E in più quel tema di fondo, sul rapporto speciale che lega l'autore e il lettore che resta lì a stuzzicare il pensiero.
[ “In ogni momento il lettore deve chiedersi: ed ora… cosa accade ora?” ]
Un po' lento, a tratti, alla fine riesce anche a sembrare un thriller.
Brava, brava, brava Kirstin Scott Thomas, ma Ernst Umhauer, che nel film impersona Claude, è semplicemente perfetto. Perfidamente perfetto.

Tutti hanno bisogno di qualcuno che racconti una storia ]


I Cibi di Una Volta - Pesce e Minestrone di Verdura



Perché più che cibi della tradizione, sono cibi che normalmente transitano dalle nostre tavole.
Per quel che riguarda il minestrone, in casa siamo in cinque: due lo vogliono passato, due lo vogliono in pezzi. La quinta (io) mangia quel che avanza di più.
Lo faccio anche d'estate, con il riso, lasciandolo semplicemente raffreddare direttamente nei piatti e condendolo, al momento del pranzo, con un filo di olio o un cucchiaino di pesto. Buono.
Il pesce, ecco, quello che ho perso è la ritualità del venerdì. Lo mangiamo senza vincolo di calendario. Il mio limite è il saperlo cucinare. Azzardo poco, ho sempre paura di rovinarlo.
Della nostra tradizione, la prelibatezza che ricordo con un po' di nostalgia è il classico pan e pesitt, pane e pesciolini, dove i pesciolini - rigorosamente fritti -  erano le piccole alborelle del Ticino. Altro che fish and chips!



giovedì 13 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Gnocchi (ma anche la Trippa ha un suo perché)


In casa mia si son sempre detti I Gnocchi e la Crusca abbia pietà di noi. Del resto il dialetto non perdona e anche se non lo si parla in casa, qualcosa resta sempre.
Sempre fatti in casa: ho ceduto ogni tanto al fascino del banco del fresco al supermercato, salvo ritrovarmi mappazze insapori nei piatti.
La ritualità del gnocco però è legata alle mie estati bambina in montagna con i nonni, quando i gnocchi si facevano più spesso il venerdì, trucco sapientemente escogitato dalla nonna per conciliare la prelibatezza di metà settimana con il rispetto del magro in tempi in cui il pesce nelle Prealpi Bergamasche non era consueto.
E il rito iniziava al mattino quando venivo spedita in paese a comprare un paio di chili di patate per gnocchi, che il verduraio pesava velocemente sulla stadera. Le patate venivano bollite con la buccia, quindi guai a far tardi con gli amici, se no si saltava il giro, spellate roventi e poi passate al passapatate.
Nella purea rovente, la farina bianca era soprattutto un tocco di frescura, per poi procedere a un impasto veloce, ché non si doveva lavorare troppo. Mai messo l'uovo, ecco.
E poi io e mio fratello a fare la gara dei bisciolini, per poi passare i gnocchi sui rebbi della forchetta, componendo le dosi di ciascun commensale direttamente sul piatto infarinato.
Poi si puliva il tutto, si apparecchiava, e la nonna procedeva nel rito finale. Un piatto alla volta, li raccoglieva col mestolo bucato e li irrorava con burro fuso e salvia. Perché è così che li ho sempre mangiati.
In vacanza con i miei avevo poi scoperto quelli alla sorrentina, altra prelibatezza, ma ancora oggi i miei gnocchi sono bianchi.
Ho solo un problema: sono stufa di vedere lo sguardo stolido del fruttivendolo al mercato quando gli chiedo le patate per gnocchi. Non mi può rispondere, semplicemente, "patate".

Quanto alla trippa, io opto in genere per quella alla parmigiana, mentre mia mamma almeno un paio di volte in inverno fa la busecca. Più brodosa dell'altra, aggiunge a trippa e foiolo anche i fagioli.

mercoledì 12 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Gli Avanzi

Questo post, che rientra nel solito giochino dello svolgimento a tema, lo dedico a tutte quelle che "il lesso no".
Figlie mie, dire no al lesso, con la scusa della carne filacciosa che poi non si sa come ricicciare, significa dire no a una delle prelibatezze della vita.

I mundeghili

Partiamo con le precisazioni. Non chiamateli mondeghili. U U U mUndeghili. Soprattutto non chiamateli polpette. Quelle sono un'altra cosa, sulla cui bontà non discuto, ma che nulla hanno a che fare con ciò di cui vado a parlare.
Non so se esista un disciplinare del mundeghilo doc, però so che su alcuni aspetti un po' di talebanesimo non guasta.
Per fare dei buoni mundeghili ci vogliono gli avanzi di carne del lesso. Tutti quei ritagli che vagano per il frigorifero in attesa di destinazione. Quelli lì. Se per caso incappate in un fondino di arrosto, si prende anche quello. No e poi no alla carne trita. Quella la mettete nelle polpette.
Ci vuole poi un po' di pane raffermo, la michetta sarebbe l'ideale, ma siccome anche qui hanno disimparato a farla, di nuovo si pesca dalla dispensa.
Un pochino di salsiccia, un pochino di mortadella di fegato (si di fegato, buona buona. Se non l'avete o non vi garba vi è consentito scivolare verso quella classica di Bologna), un po' di latte, formaggio grattugiato, prezzemolo, uova, burro, sale, pepe, pangrattato.
Quantità? QB, naturalmente, mica vorremo pesare anche per i cibi di riciclo vero? Occhio solo che la mortadella di fegato è saporita e non deve prevalere.
La carne si trita, meglio a mano. Per favore non nel frullatore che poi fa mappazza. Al massimo il tritacarne manuale. L'importante è che resti grossolana. E poi si aggiunge il pane bagnato nel latte, la mortadella, la salsiccia, il formaggio, il prezzemolo e le uova, fino a raggiungere un impasto piuttosto sodo. Se è molle non va bene perché poi il mundeghilo si sfalda in cottura. Si regola di sale, ricordandosi che il tutto è già stato cotto e dunque dovrebbe avere già il giusto grado di sapidità.
Si formano delle palline (dimensione di una piccola albicocca), si passano nel pangrattato e si friggono nel burro.
Si, nel burro. Nell'olio ci friggete le polpette.
Se riuscite a non farvele mangiare tutte mentre le state cuocendo vanno benissimo per una cena luculliana o per un aperitivo perché - udite udite - il mundeghilo è buono anche freddo.



lunedì 10 giugno 2013

I Cibi di Una Volta - Il Lesso

E siamo giunti alla seconda settimana del percorso a tema. E, lo dico, qui si va in discesa.
Perché non è stato facile ammettere pubblicamente quanto io sia inetta nel ruolo di casalinga. Devo anche dire che tanti anni fa, alla nascita della nostra terza figlia, l'amorevole padre riconobbe senza amarezza che la casa non sarebbe stata più pulita o più in ordine se io mi fossi trasformata in massaia e che per questo motivo, considerato quanto amassi e ami ancora il mio lavoro, tanto valeva che io tornassi operosa fuori casa, piuttosto che sapermi infelice con il piumino della polvere in mano.
La cucina e il cucinare però mi piacciono (l'ho già detto forse?), quindi qui mi muovo su un terreno amico.

Il lesso, dunque.
Dobbiamo disquisire se di lesso o bollito vogliamo parlare o possiamo passare oltre, lasciando a ciascuno il piacere dell'uno o dell'altro a seconda delle occasioni?
D'inverno, in casa mia, il bollito si fa spesso, naturalmente d'inverno. Perché piace, soprattutto, perché fa calore, perché tutto sommato nelle pigre domeniche non richiede chissà che manutenzione e dunque consente di dedicarsi al riposo (di cui al post precedente) molto più di quanto non consentano le lasagne, e perché ha come effetto collaterale una buona scorta di brodo da destinare al risotto in una delle sere successive.
Il bollito si mangia caldo fumante, appena il fuoco è stato spento sotto la pentola, ma la carne che avanza si presta a simpatiche rivisitazioni che farebbero buona mostra di sé nel post di mercoledì, quello dedicato agli avanzi.
In genere non mi formalizzo troppo sui tagli di carne: misto va bene, ma alla fine finisco per prendere sempre le qualità che più incontrano il gusto dei commensali.
Non transigo solo quando decido di celebrare il rito del Gran Bollito, che trova la sua apoteosi il giorno di Santo Stefano, quando a casa mia approda una buona quota parte del parentado, reduce dai festeggiamenti della Vigilia e del Natale. Da tempo immemore io li alletto con l'idea del consommé, che però parte dal più classico dei bolliti, lingua e testine inclusi. E chissà perché nessuno si tira indietro.
Dimenticavo. Mi perdoneranno i puristi, ma io evito tutte le salse. La carne si condisce con una grattata di sale e per chi lo desidera un filo di olio a crudo. Al resto ci pensano mostarda e rafano.

Casalinghitudini Antiche - Domenica Riposo


Solo che io l'ho interpretato come imperativo categorico: 


Domenica, Riposo! 
E ho riposato. Ecco.

Torno più tardi con il lesso. 

sabato 8 giugno 2013

Casalinghitudini Antiche - Visite





Sono di una generazione che non ha conosciuto le visite di cui parlava Colette Rosselli. Quelle in cui ci si preannunciava o ci si invitava con adeguato anticipo, quelle per le quali non ci si poteva presentare - e comunque mai a mani vuote - prima di una certa ora né ci si poteva trattenere dopo un'altra, quelle nel salotto buono di casa, con o senza copertura di cellophane sulle sedie. Grazie al cielo no.
Già per i miei genitori, le visite e gli inviti sono sempre stati quelli del cuore, dettati dal desiderio di incontrare parenti o amici di famiglia più che dal peso della circostanza.
E così è per me. Casa è sempre aperta per amici e parenti e non è raro che amici e parenti si conoscano ormai talmente bene da far si che le condizioni per incontri comuni siano tutt'altro che rare.
Con gli amici, va da sé, la formula è quantomai semplice - "Da noi o da voi?", mentre è chiaro che con i parenti più anziani il riguardo del preavviso sia solo per accertarsi che umore e salute consentano le visite.
Da ragazzi era lo stesso. Mia madre non ha mai posto veti all'andirivieni degli amici, né a inviti a cena improvvisati, e nemmeno, devo dire, veti ci son stati posti dagli altri genitori del gruppo. Ed è forse per questo che ci consideriamo come una grande famiglia allargatissima.
Mia madre ricorda ancora il mese di luglio del 1982, quando lei e il papà partirono per quindici giorni di vacanza lasciando la nonna, che all'epoca aveva 83 anni, alle cure mie e di mio fratello. In realtà ci curavamo a vicenda, ma questa è un'altra storia.
Pensando di fare cosa furba, decisero di rientrare proprio la sera dell'11 luglio, nella certezza di non trovare traffico verso Milano.
Traffico non ne trovarono, in effetti, e quel che videro entrando in casa fu una sala invasa da una ventina di ventenni, la nonna in mezzo seduta in poltrona, e un tifo scatenato al secondo gol di Tardelli e il delirio dopo quello di Altobelli. Il resto è storia, compresa una bandiera cucita lì per lì, e la mitica spaghettata dopo la festa in piazza.
Forse non era una visita convenzionale, secondo l'antico senso del termine. Di certo lo fu a sorpresa.



«Palla al centro per Muller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, evviva è finita! Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!» [Nando Martellini - 11 luglio 1982]

p.s. Mi sono resa conto adesso del fatto che noi non vincemmo contro la Germania, bensì contro la Germania Ovest. Quanto tempo è passato eh?

venerdì 7 giugno 2013

Casalinghitudini Antiche - La Cucina

Come quello precedente, anche questo appartiene alla serie dei post a tema. Il come, il chi e il perché si trovano qui




Quando costruimmo casa, la mia richiesta fu quella della cucina grande. E con il geometra fu una lotta a colpi di centimetri conquistare pezzi di spazio rispetto alla sala. Oggi, a venti anni di distanza, resto convinta che quella quarantina di centimetri, ma anche venti, in più, non avrebbero guastato, nonostante non sia certo un ambiente angusto.
Ma in cucina, che d'estate si apre giusto giusto sul giardino, si fa tutto. Si chiacchiera, si pasticcia, si studia, si lavora, ci si ferma con gli amici, ci si chiude, ci si apre. Ci si bevono caffè e infinite tazze di the. Si fanno andare forni, bollitori, mixer e vaporiere. E naturalmente ci si mangia.
E' questa la parte più casalinga di me. Quella che attiene a cibo e cucina.
In cucina mi sono fatta mettere una mensola lungo tutta una parete solo con i libri a tema, che consulto nonostante GialloZafferano sul pc, il frigo rischia di ribaltarsi a furia di calamite, e soffro di una forma di attrazione compulsiva nei confronti degli attrezzi del mestiere.
Mi piace cucinare e sono caduta mani e piedi nella classica ritualità che contestavo a mia madre: "Cosa volete per cena"?

giovedì 6 giugno 2013

Casalinghitudini Antiche - Pulizie di Fondo


Il Leone d'Inverno - Catherne Hepburn - Eleonora d'Aquitania - Leonora dal greco èleos, compassione. Appunto. 

Qualcuno ha i santi in Paradiso. Io ce l'ho in terra. Santa Leonora d'Albania da oltre 10 anni ha preso in mano le redini della mia casa e supplisce a tutto quanto la mia inettitudine e la mia mancanza di tempo mi impediscono di fare.
L'alibi c'è e buono pure: tre figlie, un lavoro a tempo pieno con trasferte frequenti, un marito perennemente in viaggio, davanti a me due scelte, escludendo naturalmente l'opzione di lasciare andare in malora tutto: o mi rassegnavo a fine settimana da incubo, con stracci e aspirapolvere sempre tra i piedi, oppure chiedevo aiuto. E l'aiuto è arrivato.
Lei è meravigliosa. Nel momento stesso in cui le ho dato carta bianca - praticamente il terzo giorno che l'ho vista bazzicare per casa - si è presa cura delle mie cose come io non saprei fare. Ogni tanto trovo i suoi "pizzini": Settimana prossima inizio pulizie di fino - Ho pulito frigorifero e sbrinato congelatore - Le tende sono giù da lavare - Ho cambiato il posto dei piatti perché è più comodo così.
E ha ragione lei, sia chiaro. E' davvero più comodo così.
E poi, diciamocela tutta. Dire alle figlie, Ma insomma, rispettate il lavoro della Leonora! trova orecchie più disponibili che un banalissimo Rispettate la fatica di vostra madre, no?

mercoledì 5 giugno 2013

Casalinghitudini Antiche - Il Mercato

Come quelli precedenti, anche questo appartiene alla serie dei post a tema. Il come, il chi e il perché si trovano qui.



Nei confronti del mercato ho un rapporto ambivalente. Lo detesto e mi diverte allo stesso tempo. Con in mezzo tutta una serie di distinguo che forse riuscirò a sintetizzare. Forse. Non garantisco.
Il vero nodo della questione è che io non sopporto la calca, la folla, gli spintoni, quel senso di soffocamento che ogni tanto prende, soprattutto nelle strettoie delle strade tra i banchi. Questo non fa di me, geneticamente, una tipa da mercato.
Al mercato non so comprare. Cioè non so comprare abbigliamento, borse, scarpe, suppellettili.
E se ancora non bastasse, non ho pazienza. Non ho la pazienza di rovistare tra i banchi, di sgomitare con chi mi è vicino, non ho, soprattutto, la pazienza di girare, con il sistematico rigore che contraddistingueva le nostre nonne, di banco in banco per scovare l'affare. O l'affare mi si presenta come un croco che spunta dalla neve, o io proprio non lo vedo.
Però al mercato vado.
Non a quello settimanale vicino a casa, perché non ho mai tempo, fondamentalmente, e perché la folla mi mette ansia, ma non c'è località nella quale io abbia viaggiato per lavoro o per diletto nella quale io non sia andata in cerca di mercato.
Quelli di alimentari e i bric-à-brac mi divertono particolarmente e finisco anche per comprare, attratta soprattutto dai profumi. I miei acquisti nei Suq di Marrakesh o al Gran Bazar di Istanbul restano leggendari, ma mi sono difesa bene anche al ViktualienMarkt di Monaco e alla Boqueria di Barcellona.
Mi manca la Vucciria di Palermo, ma mai dire mai nella vita.
Non mi sottraggo allle grandi kermesse del mercato, come l'Artigiano in Fiera di Milano, ma è il mio cimento invernale. Sui mercatini di Natale, invece, in genere passo.

A Moore Street si può comprare quasi tutto, con la sfilza di negozi che ci sono, ma sui banchi si concentrano in prevalenza frutta, fiori, verdure e pesce. Agnes e Marion vendevano, giustappunto, frutta e verdura. Per rifornirsi si trattenevano al mercato all’ingrosso fino alle sei e mezza, ma dedicavano solo pochi minuti alla scelta della merce: ormai i commercianti sapevano bene di dover dar loro i prodotti migliori se non volevano pagarne le conseguenze. Il resto del tempo lo impiegavano chiacchierando, mettendosi in pari con i pettegolezzi e risolvendo i reciproci problemi, perché lì, nelle prime ore di un’alba dublinese, si riusciva a trovare il rimedio al rachitismo e la cura per un taglio infetto, o magari si scopriva il segreto per far correre più veloce un levriero strofinandogli sulle zampe uno straccio imbevuto di trementina. Poi, dopo una tazza di tè caldo e una fetta di pane tostato al Rosy O’Grady’s Market Café, le due signore si recavano al lavoro, con le carrozzine ancora vuote. Più tardi ci avrebbe pensato Jacko, il fattorino, a consegnare le cassette di frutta e verdura col carretto trainato da un cavallo.[Brendan O'Carrol - Agnes Browne Mamma]

La Piccola Sarta Cinese

Il commento di Atapo al penultimo post mi ha fatto partire la solita sequenza di associazioni che mai e poi mai proporrei a uno psicologo.
Da queste parti, più che cooperative, sono sorti come funghi piccoli negozietti di taglia-e-cuci, gestiti in genere da giovani donne cinesi, che per cifre ben più che ragionevoli eseguono piccoli e meno piccoli lavori di rammendo e sartoria: dall'orlo al rifacimento di tasche o fodere.
La cinesina sotto casa di mia mamma ha mani bellissime, un sorriso delizioso e una cura tale nello svolgere questi lavori che davvero si finisce per rivolgersi a lei, disimparando qualcosa in termini di manualità, ma molto imparando in termini di umanità.
Come quando il fratello, che ha in gestione il bar dell'angolo, alla domanda Come va? risponde con un Sem chi a laurà che contrasta un po' con le sue fattezze inequivocabilmente orientali. E quando lo sento disquisire sulla pensione che non arriverà mai, perché ora che ci arriva lui avranno finito di darle, mi rendo conto che più di ogni ragionamento astratto possono le sue parole sul suo diritto di terra di sentirsi ed essere italiano.

Il brano che segue non c'entra con questo sproloquio, ma fa parte delle associazioni di idee. Le mie, cioè.

«Ba-er-za-che». Tradotto in cinese, il nome dell'autore francese formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po' ridicolo di quel nome svaniva, e dall'insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina. (Anni dopo appresi che a tradurre Balzac in cinese era stato un grande scrittore, il quale, non potendo pubblicare le proprie opere per motivi politici, aveva dedicato la sua vita a tradurre quelle degli autori francesi).
Quattrocchi aveva esitato a lungo prima di scegliere quel libro, o era stato il caso a guidare la sua mano? Oppure ci aveva dato proprio quello perché, fra tutti i tesori della preziosa valigia, era il più breve e il più malconcio? Era stata la grettezza il vero motivo della sua scelta? Non lo sapemmo mai. Certo è che quella scelta cambiò radicalmente la nostra esistenza, o almeno il periodo della nostra rieducazione sulla montagna della Fenice del Cielo.
Il libretto in questione s'intitolava Ursule Mirouët.
Luo lo divorò la notte stessa in cui Quattrocchi ce lo passò, e all'alba lo aveva finito. Spense la lampada a petrolio, mi svegliò e me lo diede. Io rimasi a letto per tutta la giornata, senza mangiare, senza fare nient'altro che starmene immerso in quella storia francese di amore e di miracoli.
Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell'adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l'ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente. [Dai Sijie - Balzac e la piccola sarta cinese]

martedì 4 giugno 2013

Born To Run

Quando l'autunno scorso mio fratello mi chiese se avrei preferito andare con lui al concerto del Bruce a Milano o a sentire a Zurigo Roger Waters sono stata molto incerta. E alla fine ho lasciato scegliere lui, che, avendoli visti entrambi nel 2012, sarebbe di certo arrivato alla definizione del top del top del top.
Alea iacta est, e l'11 settembre ci godremo The Wall al Letzigrund Stadion.
Resta il fatto che rivedere il Boss a San Siro 28 anni dopo la sua e mia prima volta sarebbe stato davvero speciale. Anche perché chi ieri sera c'era ha parlato di una festa corale e di un feeling speciale tra Springsteen e questa città.
E lo so, Roger Waters è Roger Waters, ma una punta di rimpianto c'è. Piccola, ma c'è.
(il fratello, per altro, in questi giorni è in giro in Turchia, dopo un viaggio in Iran, pressoché inconsapevole di quel che sta succedendo da quelle parti. Forse sarebbe stato meglio San Siro)


Casalinghitudini Antiche - Stirare e Rammendare




In casa mia si stira il meno possibile. Solo l'indispensabile. Indispensabile indispensabile. Se no non ce la si fa. Punto. Ogni tanto contravvengo alla spartana regola e mi tuffo in una seduta di stiro epocale, rendendomi conto che sì, in effetti, i tessuti sono più morbidi, comunque occupano meno spazio in armadi e cassetti, quasi quasi profumano anche di più. Poi guardo il resto delle cose che ho da fare e torno all'aurea regola: si stende bene, si ritira piegando ancora meglio, si dà un colpo di ferro giusto là dove non se ne può fare a meno.
E su questo, lo riconosco, l'uomo di casa è di poco o punto aiuto: prima della nostra vita in comune le camicie andavano in lavanderia. E lì tornerebbero se non azionassi io il ferro. Che, per inciso, è un mezzo semplice e tradizionale: non c'è sugo con una come me a regalarle quelle meravigliose cattedrali a vapore. Al massimo le userei per cucinare.

Sul rammendo, invece, faccio un paio di considerazioni.
La prima è che da nipote di sarti sono l'onta della famiglia. Da piccola in sartoria il nonno mi faceva passare le marche e toglierle. Ma la nonna si crucciava perché non usavo il ditale: mi fa sudare la falange, ecco.
Però mi son stati regalati cestino da lavoro, aghi, uova da rammendo, ditali di tutte le forme, materiali e pesi, spilli, gessi, metri e forbici da sarto.
Io mi limito a orli, bottoni e piccoli rammendi di fortuna.
Non ho la macchina per cucire e mia mamma, all'occorrenza, rispolvera la vecchia Singer a pedale e manovella. Un cimelio che fa ancora il suo dovere. Ogni tanto mi viene la velleità del corso di taglio e cucito, ma non provo nemmeno a darle forma: so già che sarei un disastro.
Tuttavia, e vengo qui alla seconda considerazione, sul rammendo e sull'aggiustare le cose ho una mia etica.
E ne avevo già scritto proprio qui quattro anni fa, parlando di un'altra attività di cui si è persa un po' traccia ovvero il lucidar le scarpe.
E siccome lui sa scrivere meglio di me, lascio le parole di Henning Mankell, che io adoro, a sintetizzarla.
[...]Poi, improvvisamente, Linda gli aveva chiesto perché fosse così difficile vivere in Svezia. «A volte ho pensato che è tutta colpa del fatto che abbiamo smesso di rammendare le nostre calze» disse Wallander.[...] «Nella Svezia in cui sono cresciuto, la gente rammendava ancora le calze. Ce lo insegnavano a scuola. Un giorno, d'improvviso, era finita. Le calze bucate si buttavano via. Nessuno rammenda più le calze di lana fatte a mano. Tutta la società si è trasformata. [...] Finché si è trattato solo di calze, il cambiamento in sé non era così marcato. Ma l'usa e getta si è rapidamente diffuso a tutto. Alla fine è diventato una filosofia, una sorta di morale invisibile ma molto presente nella mente della gente. Io credo che abbia cambiato il nostro senso per quello che è giusto e quello che è sbagliato, per quello che si può fare al nostro prossimo e quello che non si può fare. [...] La generazione che sta crescendo oggi [...] nel loro bagaglio di ricordi i tempi in cui si rammendavano le calze non esistono proprio. I tempi in cui non buttavano via né calze né esseri umani.» La quinta donna - Henning Mankell

lunedì 3 giugno 2013

Casalinghitudini antiche - Il Bucato




Sono una donna fortunata. Il bucato non tocca a me. Cioè non tocca a me il lunedì, giorno credo anticamente fissato per l'incombenza dai tempi in cui il ginocchio della lavandaia non era ancora patologia scomparsa, né il martedì e nemmeno il mercoledì. Possiamo scorrere tutta la settimana arrivando fino alla domenica. Ma non fa parte delle mie mansioni.
Fin dall'inizio della nostra vita in comune, l'uomo di casa aveva sentenziato che per lui fare andare la lavatrice, dopo anni di convivenza in case da studente senza contratti dell'Enel di sufficiente potenza a garantire il funzionamento di una macchina per lavare, rappresentava un momento di estasi. Figurarsi se mi lasciavo scappare l'occasione. Perché nel compito, sia chiaro, non rientra semplicemente il caricare la macchina e darle il via, ma implica anche lo stendere e il ritirare. Mica pizza e fichi.
Così ho ceduto lo scettro di ottimo grado e senza alcun rimpianto.
Certo, lasciare che del bucato si occupi un uomo significa soprassedere su tornate di biancheria con simpatiche sfumature rosa o blu, così come su felpe ridotte all'improvviso a formato mignon, buone forse per un chihuahua. Saran mica problemi vero? Adesso hanno inventato gli acchiappacolore, ma sono una novità troppo recente per i nostri 24 anni di bucati comuni.
Lui però, così come Henry Fonda-Frank Beardsley in Yours Mine Ours (va bene, Appuntamento sotto il letto è una traduzione schifida) si regolava con le scarpe, a riprova del suo spirito pratico si era inventato l'escamotage per le figlie: si vestivano degli stessi colori. Rosso, Blu, Verde. Ma in batteria. Così tre felpe rosse, tre pantaloni rossi, tre magliette rosse, magari moltiplicate per due-tre giorni, facevano una macchinata. E poi si poteva dare il via al giro del blu.
Semplice e a prova di errore.
Ora che le creature son cresciute, e che sanno come far andare la lavatrice, la distribuzione dei compiti non  è più così fissa. C'è da dire che non son nemmeno più in età da subire senza batter ciglio i diktat cromatici del padre.
Poco male. Adesso si consola, dopo l'ennesima macchinata multicolor, al pensiero che con i pannelli sul tetto l'energia la paga il sole. Poi chiama au secour per stendere. Alla fine si stufa anche lui.


domenica 2 giugno 2013

Settimanale, ovvero si fa per gioco

Ora, che io sia diventata pigra anche in queste lande, più che cosa nota è cosa visibile nonché palese.
Nondimeno, e sottolineo nondimeno, il gioco (posso chiamarlo così Ody?) dei post a tema mi piace.
Mi piace in primis perché mi offre lo spunto per tenere meno desolata la landa, in secondo luogo, ma di fatto a parimerito con il primo motivo, perché i temi proposti mi divertono. E per me che scrivo per lavoro non c'è niente di più bello che scrivere per gioco.
Nella prima settimana, poi, si parlerà di cose che non sento proprio mie, le casalinghitudini. Temo verrà fuori il peggio di me.
Amen.
È un gioco.
E poi non si vince  nulla. Che meraviglia.